L’impronta delle parole

GMR 2020

In questi ultimi mesi le parole hanno acquisito un valore rinnovato. Le parole degli altri, divenute distanti, di cui abbiamo avuto nostalgia. Le parole pronunciate in famiglia, riscoprendo voci familiari che, nella frenesia delle nostre vite, familiari quasi non erano più.

 

 

In occasione della Giornata Mondiale del Rifugiato 2020 abbiamo deciso di condividere parole che nascondono storie. Storie raccontate a bassa voce, immagini colte in un attimo di fortuna, che meritano invece di fare rumore, di apparire davanti agli occhi nella loro disarmante verità. 

 

 

Le storie dei rifugiati sono costellate da parole che ritornano, che rimbalzano tra gli occhi di chi racconta e di chi ascolta per poi rimanere sospese nell’aria, impossibili da ignorare. Parole che se dette a voce alta lasciano sorpresi, perché all’improvviso sembrano reali, all’improvviso acquistano un significato. Parole che hanno un volto, un profumo, un suono. Parole che vanno sconfitte e parole che invece vanno innalzate come stendardi di un futuro nuovo e migliore. Parole che possono distruggere e parole che, invece, possono salvare. 

Le abbiamo messe tutte qui, in questa mappa in cui ci si può muovere liberamente, costruendo ognuno il proprio personale percorso. Ognuno sulle tracce dell’altro.

 

 

Questo progetto nasce dalla collaborazione di: Non Dalla Guerra, Associazione Centro Astalli Vicenza, Associazione Presenza Donna, Caritas diocesana vicentina, Cooperativa Pari Passo.

Con la partecipazione di: Migrantes (Vicenza), Chiesa evangelica metodista di Vicenza, ACLI Vicenza, Unità pastorale Porta Ovest di Vicenza, Comunità di Sant’Egidio, La Voce dei Berici, Centro Culturale San Paolo.

Credit: Chiara Negrello, Cecilia Fasciani, Kristof Holvenyi, Matteo Pietrobelli

Khaldhie e Akram ci accolgono sulla soglia del loro appartamento con un sorriso.

Si dimostrano subito ben disposti nei nostri confronti: ci invitano ad entrare con una stretta di mano. Hanno modi di fare gentili e pacati, si guardano spesso con intesa e affetto. Percepiamo il bene che si vogliono.

Ci accomodiamo nel loro salotto, ambiente molto spoglio ma pulito. Si vede che Khaldhie, donna di 55 anni, ci tiene alla cura della casa.

Ci accorgiamo subito che entrambi si sono preparati al nostro arrivo, lei indossando uno dei suoi abiti più belli, lui coprendo la canotta con una camicia pulita.

I due ci fanno sedere su due materassi, mentre Khaldhie si siede a terra con le gambe incrociate, cedendo l’unica sedia a suo marito Akram, uomo di 61 anni. Notiamo subito che è affetto dal morbo di Parkinson, ad uno stadio avanzato: le sue mani tremano.

Ci dice che, poiché entrambi non lavorano, non ha i soldi per pagare le cure di cui necessita. Fortunatamente la Chiesa Ortodossa situata nel loro quartiere, provvede a dispensargli le medicine. “Non abbiamo figli, questa è stata la volontà di Dio” dice Khaldhie.

I due fuggirono dalla loro città d’origine Homs nel 2013: lo fecero illegalmente, sperando così di varcare il confine tra Siria e Giordania nel minor tempo possibile. Tuttavia il loro viaggio durò un mese poiché, per non essere scoperti, dovettero viaggiare tra le alture siriane per lungo tempo, sostando dove capitava.

Ci colpisce il racconto di Khaldhie: ci parla delle sue tre sorelle, una si trova ancora in Siria, una in Austria ed una ad Amman.

Suo fratello, invece, è stato arrestato dalla polizia siriana e rilasciato dopo 10 mesi, morto.

Khaldhie, nonostante il suo passato, ci racconta delle sue vicende con il sorriso ed un pizzico d’ironia.

Si vede che è una donna molto forte, e ci stupisce quanto l’essere credente l’abbia aiutata e l’aiuti tuttora. Nel momento in cui le diciamo che siamo lì per ascoltare la sua storia e raccontarla al nostro ritorno a casa, lei si commuove, ringraziando noi e Dio per il nostro incontro.

Prega affinchè Dio ci aiuti a portare avanti la nostra missione.

Quando chiediamo ai due se hanno sogni per il futuro ci rispondono di no; Khaldhie sostiene che non rimangono loro molti anni da vivere. Le sue parole ci sorprendono: se Akram è molto malato e la sua salute è precaria, non ci capacitiamo di come lei descriva la sua vita come già vissuta, sottolineando che la volontà di Dio è già stata scritta.

“Vorreste far ritorno in Siria?”

“Si, la Siria è il paradiso. Chi non vorrebbe tornare a casa?”

Il 1° dicembre, in un appartamento sito a San Pio X a Vicenza, è arrivato un nucleo familiare composto da madre e due figlie; sono giunte in Italia, da un campo profughi etiope, attraverso il progetto “Protetto. Rifugiato a casa mia – Corridoi umanitari”, promosso da Caritas Italiana e a cui ha aderito Caritas Diocesana Vicentina. Ad attenderle occhi curiosi ed emozionati, pronti ad iniziare un’avventura al fianco delle tre donne! Erano gli occhi dei volontari del gruppo creatosi nell’unità pastorale San Pio X – Stanga a seguito di un percorso formativo a cura dall’equipe diocesana di Caritas Diocesana Vicentina. Volontari pronti a mettersi in gioco e a scoprire il dono e la bellezza di mettersi in relazione con le persone arrivate. È stato chiesto loro di portare una breve testimonianza dell’esperienza, collegandola alla parola CASA:

«La parola casa riferita all'esperienza di incontro con il gruppo di accoglienza, mi fa venire in mente due circostanze: il momento di preparazione della casa, la raccolta di ciò che poteva servire per arredare e rendere accogliente, il lavoro di pulizia e manutenzione fatto insieme, e il momento della festa, in cui siamo diventati gli ospiti condividendo il loro cibo, il caffè e conoscendo qualcosa del loro modo di vivere» Maria Chiara

«Per me "casa" significa famiglia, riposo, accoglienza, sicurezza, rifugio. Quando abbiamo saputo che arrivavano delle persone da luoghi in guerra ho pensato di far trovare loro un luogo accogliente dove potessero sentirsi protette. È stato il primo impegno, non conoscendo le persone e le loro necessità più urgenti. Poi con l'andare del tempo ci siamo resi conto che l'attenzione che avevamo avuto nell'allestire l'appartamento era anche da parte loro, e ci fece molto piacere, ma quello a cui aspiravano e che mancava loro, era la "famiglia" intesa in senso "allargato", la comunità molto presente, quella che avevano lasciato al loro paese. Purtroppo da parte mia non ho potuto essere molto attiva in questi mesi, ma so che hanno avuto tanta vicinanza da altri del gruppo, compatibilmente con il periodo poco fortunato che abbiamo trascorso a causa della quarantena» Luisa

«Il primo pensiero associato alla parola casa, pensando alle nostre amiche è stato il caffè con lo zenzero, piccante, bevuto insieme seduti sul tappeto, servito per tre volte e preceduto dalla preparazione lunga, senza fretta, sul fornelletto, con le piccole tazzine sul piccolo tavolino, l’incenso bruciato.... Un dolce momento in cui io mi sono sentita accolta nella condivisione di una loro tradizione»  Marina

«Se penso a “casa” i pensieri vanno a quando succede di doverla lasciare per lavoro o anche quando si va in vacanza e si sente il desiderio di rientrare; mi viene in mente mio genero che in questi mesi si è trovato fermo in Gambia e quando mi chiamava mi diceva “ho voglia di tornare a casa”, perché casa sua è qui nonostante la famiglia fosse da un’altra parte. Casa la vedo proprio come il luogo dove ti rilassi e dove trovi pace, dove lasci un pezzo della tua vita, della tua esistenza, dove c’è una parte di te che rimane. Io spero che anche per le nostre ospiti e per tutte le persone che vengono accolte, la casa che abbiamo “donato” loro possa diventare questo: il bisogno di sentire di tornare a casa e che quel luogo diventi per loro luogo di serenità, magari anche di passaggio, ma di PACE»  Grazia

«Casa per me è il nido, rifugio, protezione e solidità. Mi viene anche in mente che le case possono essere molto diverse ma le caratteristiche che ho elencato le accomunano tutte» Annamaria

«La casa per me è il luogo sicuro per eccellenza, dove ti senti protetto, accolto, tranquillo. È stato bello pensare di poter preparare tutti insieme, come gruppo, una casa per ospitare una famiglia che veniva da lontano. Anche per loro questo luogo doveva rappresentare la sicurezza, la meta raggiunta; ricordo con grande emozione il momento in cui le ragazze tanto attese hanno varcato sorridenti e piene di fiducia la soglia della loro nuova casa»  Laura

Il dialogo può avvenire nel momento in cui ci si mette nella posizione in cui l’altro possiede un gradiente di verità superiore al proprio. (Umberto Galimberti)

Il dialogo ha un potere potenziale eccezionale: ci può aiutare a comprendere noi stessi e il modo in cui vediamo, interpretiamo, ci relazioniamo al nostro mondo interno e a quello esterno. Ci aiuta a spostare dal palcoscenico il nostro egocentrismo e renderci consapevoli che la nostra verità non è assoluta, non è la più giusta, ma è solo una delle tante.

Il peggior nemico del dialogo è la paura di scoprire che le nostre più grandi certezze possono essere messe in difficoltà, il rischio è di doverci mettere di fronte alla complessità delle cose.

Attraverso il dialogo si può entrare in una relazione autentica con l’altro, non tanto perché dovrò conformarmi necessariamente con ciò che esprime, quanto perché mi impegnerò a comprenderlo, ad empatizzare con lui e così lui con me.

Il dialogo permette l’empatia, la connessione intima, l’accettazione di sé e dell’altro e, nonostante non sia certamente facile, è alla base della costruzione della pace.

La pandemia da covid19 ha colto di sorpresa il mondo, dimostrando che i confini non esistono, se non quelli che l'uomo si ostina a costruire. Muri e barriere si rivelano inutili in un momento in cui è evidente che, come ci ricorda Papa Francesco, nessuno si salva da solo e che insieme dobbiamo prenderci cura dell’unica casa comune che abitiamo.

Allargando lo sguardo, oltre le barriere erette dagli egoismi nazionali, i dati ci parlano di un mondo profondamente diviso e squilibrato. Oltre 70milioni di persone sono costrette a vivere in un altrove che non hanno scelto: migranti in cerca di salvezza e giustizia.

Il coronavirus minaccia contesti sfiniti da anni di guerre, povertà estrema, crisi umanitarie. Insediamenti e campi per sfollati e rifugiati accolgono migliaia di uomini, donne, bambini relegandoli in un limbo in cui diritti e futuro sono sospesi in un tempo indeterminato.

Prenderci cura della nostra casa comune oggi vuol dire assumersi la responsabilità di trasformare l’evento della pandemia in un’opportunità di cambiamento.

Innescare processi di rinascita sociale implica che i rifugiati non siano più solo vittime e testimoni di un sistema imposto da altri in cui denaro, prevaricazioni e guerra determinano scelte e condizionano la vita di milioni di persone.

Mettendosi in viaggio, vivendo l’esperienza della migrazione, si dirigono verso un orizzonte nuovo, molto diverso da quello che noi riteniamo adeguato al loro sentire. Sono guidati da un desiderio di felicità.

Da sempre costretti a navigare in acque agitate a causa delle politiche che abbiamo imposto loro, i rifugiati cercano la rotta. Viaggiatori esperti superano confini e pregiudizi, timonieri sicuri seguono vie di pace, con la consapevolezza che tutti siamo sulla stessa barca e con il realismo di chi sa che l’uguaglianza in dignità anche su questa barca comune può non farsi effettiva.

La Giornata del Rifugiato 2020 è l’occasione per ripensare la visione del mondo. Creare uno spazio nuovo di condivisione per scoprire che la felicità è sempre plurale: una lunga strada di diritti da percorrere insieme.

 

 

Ciao! Chi siete? Come vi chiamate? Da dove venite?

W: Ciao, mi chiamo Wassie, vengo dall’Eritrea.  Vivevo in Etiopia, nel campo per rifugiati Aysaita. Sono arrivato a Malo il 28 Novembre 2019.

T: Io mi chiamo Toyiba e sono eritrea. Anche io vivevo nel campo Aysaita in Etiopia e sono arrivata a Malo il 28 Novembre 2019. Siamo sposati da cinque anni e abbiamo due bambini, Mohammed di 3 anni e Fatuma di 1 anno e mezzo. 

Come siete arrivati in Italia? E perché siete arrivati proprio a Malo?

W: Quando vivevamo in Etiopia abbiamo avuto 3 incontri con delle persone di Caritas Italiana, che ci hanno fatto delle interviste su noi, sui bambini e sulle nostre vite. Tutto questo per poter essere accettati per venire in Italia. 

T: All’ultimo incontro ci hanno detto che saremmo venuti in Italia a fine Novembre e che saremmo poi stati trasferiti a Malo, dove ci attendeva un gruppo di persone e una casa. Per noi “Malo” non voleva dire niente, non sapevamo cosa pensare. Abbiamo provato anche a cercarlo su Internet, ma non abbiamo trovato informazioni che ci potessero essere utili. Non sapevamo cosa potevamo aspettarci.

W: Abbiamo quindi preso un aereo, che dall’Etiopia ci ha portati a Roma, dove siamo stati per tre giorni, ospitati dalla Caritas. A Roma eravamo circa 70 persone. Abbiamo quindi avuto degli incontri di “orientamento” in cui ci hanno dato informazioni sull’Italia, poi ci hanno divisi e siamo partiti per le diverse destinazioni. Con la nostra famiglia siamo quindi andati a Vicenza, assieme a un gruppo di ragazzi che sono poi andati a Quinto Vicentino e a una famiglia di 3 donne che è rimasta a Vicenza, a San Pio X. 

T: A Vicenza sono poi venuti a prenderci e ci hanno portati a Malo, dove siamo stati accolti nel nostro appartamento, in cui ora viviamo. 

Come vi siete sentiti quando siete arrivati in Italia? E adesso come state? 

T: In quel momento eravamo molto spaventati, perché non sapevamo cosa ci aspettava. In Etiopia tutti ci dicevano “Andate in Italia? Attenti, gli Italiani sono cattive persone!”. Quando sono arrivata ero molto spaventata, soprattutto perché con noi c’erano i nostri due bambini. Non conoscevo gli Italiani, non sapevo se fossero brave persone e se potevo fidarmi. Volevo piangere. Ho pregato Dio che andasse tutto bene. 

W: Quando siamo arrivati, la prima sera, ero spaventatissimo, non sapevo dov’ero, come se non sapessi se ero in cielo o ero in terra! Poi piano piano ho conosciuto le persone di Caritas e i volontari e sono stato meglio. Quando ho chiamato in Africa ho detto “l’Italia è un posto bellissimo!” Devo ringraziare tantissimo Caritas e tutti i volontari, ora tutti loro sono la mia famiglia. 

T: Ricordo bene quando siamo andati a fare la spesa per la prima volta. Non sapevo parlare in Italiano, quindi non potevo dire a tutti che ero felice. Ma lo ero davvero tanto. 

E adesso cosa sperate per il futuro? Quali sono i vostri sogni e i vostri progetti? 

T: Adesso vogliamo imparare l’italiano. Voglio che Mohammed e Fatuma diventino grandi qui in Italia e imparino tante cose.  

W: Io voglio trovare un lavoro e prendere la patente. Vogliamo stare a Malo, conoscere la cultura italiana e vogliamo integrarci, creare relazioni con le persone. Voglio che Mohammed e Fatuma creino la loro famiglia qui a Malo, non voglio tornare in Africa. I volontari sono la mia famiglia e voglio poterli aiutare, se posso. Ricordo bene quando siamo andati a fare la spesa per la prima volta. Voglio diventare vecchio a Malo. 

Volontari del Gruppo Caritas di Malo

La guerra non è cosa di uomini, è prevalentemente affare di donne. Loro sono quelle che rimangono. Non da attrici, ma da registe. Non si prendono il palcoscenico, stanno dietro le quinte.


 

 

Per le persone che abbiamo incontrato in Giordania il tempo non è più l’orizzonte della progettualità, ma la misura della condanna all’inerzia. In questo tempo imposto, che è una pace negata anche lontano dalla guerra, avere un compito a cui attendere diventa un atto di resistenza. È così che le semplici responsabilità quotidiane assumono un significato inedito: una donna che sul far dell’imbrunire dà da mangiare alle sue pecore sembra gridare “Ho un ruolo, sono importante. Io esisto, io resisto”.

Qui anche la vita di tutti i giorni è una forma di resistenza.

 

 

 

Amico mio, ricevere la foto delle vostre valige tutte impacchettate mi fa scoppiare il cuore di gioia e di un misto di emozioni che mi scombussolano lo stomaco. Ѐ successo, stai partendo per davvero. Domani, dopo due anni di attesa, prenderai finalmente un aereo che dall’aeroporto di Amman ti porterà fino a Sidney, in Australia, dove assieme a tuo fratello e ai vostri genitori, potrete riprendere le vostre vite e riabbracciare anche una parte della famiglia.

Eravamo a Madaba, in Giordania, quando ci siamo incontrati per la prima volta. Ricordo perfettamente ogni dettaglio di quel giorno. Avevate lasciato l’Iraq solo qualche mese prima, noi eravamo seduti sul vostro divano bevendo un buonissimo chay  ascoltando i vostri racconti. Alla fine del nostro incontro, ti abbiamo chiesto se avessi voglia di venire con noi, avevamo più o meno la stessa età e ci sembrava la cosa più naturale del mondo passare dell’altro tempo assieme. Tu senza pensarci hai detto subito di sì, sei andato a metterti la tua maglietta più bella e sei uscito con noi. Da quel giorno hai cominciato a frequentare sempre di più il nostro campo, diventando una ricchezza per tutti.

Tante sono le paure che in questi anni mi hai confidato. Eri preoccupato per i tuoi genitori, per come sarebbero riusciti ad adattarsi in un posto nuovo, dovendo imparare un’altra lingua.

“Lo stanno facendo solo per me e mio fratello, mio padre altrimenti non avrebbe mai lasciato l’Iraq”. Qui in Giordania sono diventato pigro” mi dicevi, “Come potrò riuscire di nuovo a riprendere a studiare dopo che per tre anni sono rimasto a casa senza poter fare nulla?” Quando la notizia di partire cominciava ad essere più vicina, avevi cominciato a guardarti dei video per imparare i modi di dire australiani e la pronuncia delle parole “così non capiranno da dove vengo e non sentiranno il mio accento”.  

Amico mio, stai partendo per davvero. Mi sento così grata d’averti incontrato e di essere diventata tua amica. Provo davvero un grande senso di stima e di rispetto verso ogni parte della vostra storia e verso tutte le vostre scelte. Mi auguro solo di poterci rincontrare presto e di ritrovarti ingegnere. A presto, inshallah

 

Occhi. Sono emozioni e colori che più di ogni altra cosa mi rimangono impressi nel cuore, indelebili. Sono il verde acqua intenso che contrasta con il nero del velo che li circonda sui volti delle donne che mi osservano curiose nella classe di una scuola. Sono lo stupore disarmato che ci unisce dopo un pomeriggio trascorso insieme alle famiglie di Mafraq, che ci accolgono con semplicità e immenso calore aprendoci le loro case e i loro cuori. Sono pienezza, vita e silenzio.

 

“Salam Aleikum”, “Aleikum Salam”

Samer ha un sorriso dolce e gli occhi lucidi. Se ne sta seduto con le gambe incrociate di fronte a noi, davanti a lui la sua tazzina, il vassoio con la caffettiera e un bicchiere di vetro vuoto. Ci mostra le immagini della sua città sventrata, ci racconta dei cecchini, delle bombe, dei checkpoint, delle interruzioni nella fornitura di acqua potabile e di energia elettrica, delle scritte sui muri, dei giovani ragazzi in motorino uccisi perché portavano una bandiera, dei bambini strappati all’infanzia e di quelli strappati alla vita. 

Un giorno abbiamo fatto un funerale per trecento bambini”. Trecento bambini. 

L’aria nella stanza comincia a farsi pesante, il salotto sembra più affollato di quanto non sia in realtà. È come se i pochi metri quadrati tra queste mura disadorne si fossero improvvisamente riempiti: ci sono i sopravvissuti che parlano per sè stessi e per coloro che non possono più testimoniare, ci sono le storie individuali, le quotidianità interrotte, i futuri immaginati andati in frantumi proprio come le case, le cose, la comunità, la Siria. 

Quando tutto questo sarà finito, per noi siriani non sarà difficile ricostruire il nostro Paese, ricucire la nostra comunità, perché noi tutti vogliamo solo la pace. Se ci riusciremo o meno dipenderà dai potenti”. 

La madre di Samer ci dice che il suo unico desiderio è poter rivedere tutti i suoi figli prima di morire: “Al funerale di mio marito c’eravamo solo io e Samer, gli altri non sono potuti venire”.  Alle parole di questa madre mi verrebbe da urlare: “Fermatevi tutti! Ascoltate!” vorrei dire, “Interrompete quello che state facendo, non muovete nemmeno un passo! C’è una madre che vuole riabbracciare i propri figli prima che sia troppo tardi, non abbiamo un minuto da perdere!”. 

Me ne sto zitta, rannicchiata tra il mediatore e le mie compagne. Ce ne stiamo tutti zitti, rannicchiati sui cuscini a fissare il tappeto.

Tornate a trovarci se potete”, ci saluta così la madre di Samer, prendendo le nostre mani tra le sue e abbracciandoci ad uno ad uno. Indugia in ogni saluto, ci tiene stretti, ci fissa negli occhi. Noi non vorremmo andar via, ma non siamo venuti per restare. Penso che tra pochi giorni partiremo, così come siamo arrivati, senza troppe difficoltà: noi possiamo andare e venire, tagliare i confini di questo mondo in lungo e in largo, perché le linee sulla carta politica sono meno forti del nostro passaporto. Ma per Samer e la sua famiglia, come per le altre famiglie siriane e irachene che abbiamo incontrato, le linee sulla carta politica sono come le mura di una prigione. Chi ha deciso che tutto questo vada bene così?

 

Nuotare nel mare della vita; salvarsi e salvare altre vite, lottando con forza e determinazione, con amore e speranza.

È l’esperienza di Yusra Mardini, nuotatrice olimpica e rifugiata siriana che, nel 2015, a diciassette anni è fuggita con la sorella da Damasco per raggiungere clandestinamente l’Europa. È stata accolta in Germania, e oggi vive a Berlino.

Una, tra i tanti e le tante, che ce l’hanno fatta: a sopravvivere, a vivere. Ed è ora voce dei rifugiati che sono morti di speranza nel tentativo di raggiungere l’Europa, è volto della possibilità di resistere ad un destino avverso, che si concretizza in conflitti armati, in leggi ingiuste, in una indifferenza che nulla sembra poter scalfire.

Forse.

Piccole brecce nel muro dell’indifferenza: il racconto di Yusra è una piccola breccia, che ne apre altre. Quelle dei rifugiati e rifugiate che vivono accanto a noi, e ci chiedono di ascoltare la loro vita: per imparare a diventare, insieme, sempre più umani.

Yusra ha gareggiato per i 100 metri farfalla e stile libero alle Olimpiadi di Rio nel 2016, nella squadra dei rifugiati.

La sua storia è raccontata nel libro dal titolo Butterfly, di Yusra Mardini con Josie Le Blond, editrice Giunti, da cui sono tratti i brani che potete leggere qui sotto.

 

 

 

Vita accolta, vita che grida la sua forza in un pianto di neonato, vita fatta di sorrisi per un tempo di gioco, per una casa ri-trovata, per una lingua imparata. È Parola, è Vita.