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Un posto “fuori-mappa”

Ogni volta che torno da un viaggio mi porto nel cuore un momento, anche solo un attimo in cui ho sentito la pace dentro, la serenità attraversare ogni singolo nervo e fluttuare nelle vene.
A distanza di mesi dal ritorno a casa dalla Giordania ricordo con limpidezza uno degli ultimi pomeriggi: eravamo di ritorno da un giro esterno dello Zaatari Camp e da una toccata e fuga al confine siriano. Grandi cartelli lungo la strada indicavano la direzione per l’Iraq, all’opposto per Amman, mentre tornavamo verso la base a bordo del pullmino giallo.

All’improvviso l’autista, su suggerimento di Wajdi, uscì dalla via principale per imboccare una strada sterrata che portava verso il niente, pensavamo fosse una scorciatoia.
Ci stavamo avviando verso la fine della giornata, le ombre si facevano lunghe, il sole era di un giallo arancio, e noi proseguivamo verso il nulla dei terreni secchi e desertici della Giordania, finché il pullmino rallentò sempre più. L’autista, dopo qualche imprecazione in arabo, guidò il vecchio pullmino attraverso un ruscelletto facendolo sobbalzare. Ci fermammo in uno spiazzo che aveva una piccola piattaforma di cemento perché i ragazzi volevano girare un time-lapse del tramonto, io mi guardavo attorno incuriosita: dopo dieci giorni di incontri densi, un po’ di spazio libero, di silenzio, di aria, di vuoto servivano proprio.


Il nulla di quel pre-deserto mi aiutò a mettere a fuoco i pensieri, prendere ogni cosa che i dieci giorni mi avevano donato e rimetterla al suo posto: ora potrei fare un lungo elenco stile stream of consciousness dei pensieri che affiorarono in quegli attimi, ma mi piace pensare che possano essere racchiusi in una poesia di Erri de Luca, Valore. In fondo in quel piccolo posto “fuori-mappa” chiamato Al-Mafraq ho incontrato molte persone che hanno un po’ cambiato la mia scala dei valori: cosa considero adesso valore?

Considero valore l’attesa, la stanchezza e la frustrazione, considero valore la capacità di adattare i loro corpi alle razioni scarse di cibo, all’acqua salmastra, considero valore il loro attaccamento a dio, alla famiglia, ai figli, alla loro patria, considero valore la loro dignità di profughi che non chiedono un centesimo a noi, considero valore la pazienza, la pacatezza, l’accettazione della loro vita, nonostante tutto.
Molti di questi valori io non li ho ancora conosciuti.


Mentre i ragazzi sistemavano i loro armamentari tecnologici per registrare il momento, Wajdi e Basel si allontanarono a piedi attraverso il terreno pieno di sterpaglie verso le basse colline all’orizzonte. Li seguii, mi dissero che dietro quelle colline c’era la Siria.


Siria, mi è sempre piaciuto come risuona il nome in modo sibilante. Una volta quando mi dicevano Siria pensavo al sapone, alle spezie, ai mercati profumati dell’Oriente, alle donne coi visi coperti e dagli occhi dipinti..spero di conservare ancora questa immagine nonostante la cappa nera che è calata da ormai quattro anni sul paese.
Mentre Basel tirava sassi verso le colline pensavo: cosa si può provare guardando da lontano il proprio stato e non poterci entrare? Cosa si può provare ad avere parenti, amici di infanzia, compagni dell’università a pochi kilometri da noi e non sapere se son vivi o morti?
Un mio professore diceva che “i profughi sono agenti di trasformazione, in grado di rimescolare le carte dell’umanità in forme inedite e imprevedibili”: mi piace pensare loro come agenti di trasformazione.


I sassi lanciati da Basel cadevano lontani verso le colline e il sole scendeva sulla Siria e io sentivo che tutto vicino a me era interconnesso: i miei compagni di viaggio, le persone nelle loro soffocanti tende, i sogni, i fallimenti avevano lo stesso sapore di tutti quelli attorno a me. Sentivo scorrere nelle vene tutta la mia vita, i desideri, la nostra casa in fondo alla viuzza di sassi, Londra, l’università, il lavoro, gli abbracci della mamma e baci caramellosi della nonna.. tutto resterà lì fermo a quell’istante. Racchiuso in quel posto “fuori-mappa”.

A distanza di mesi nei momenti meno sospetti riaffiora questo ricordo vivido: l’immagine di un pezzetto di terra bruciata ai confini del mondo, dieci compagni di viaggio e, al di là delle colline, un paese chiuso per cui forse vale ancora la pena sperare e rimboccarsi le maniche.

Noi siamo pronti. E tu?

– Chiara

#NonDallaGuerra

Published on: 24 novembre 2015
Posted by: Matteo Mabilia