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@Storytelling2016 – Day 11

Al ritorno da Mafraq una leggera musica araba si diffonde nel pulmino, tenendo in vita le parole delle famiglie siriane musulmane che avevamo incontrato poco prima.

Guardiamo dal finestrino il paesaggio arido, velato dalla sabbia; solo a guardarlo ci fa venire sete. Sete di comprendere la realtà di queste persone, voglia di saziare la nostra ignoranza e voglia di fare qualcosa. Guardiamo la città bianca e le tende in mezzo a questo deserto, sotto il sole infinito.

Al-Mafraq: pochi chilometri la separano dallo Zaatari camp, ci troviamo in uno dei punti di passaggio, dei crocevia più importanti del medio-Oriente. Gli scenari naturali che ci circondano ci lasciano combattuti: un mare di sabbia e polvere, inquietante nella sua maestosa e silenziosa bellezza. Sul calar della sera questa città di confine mostra con prepotenza il suo essere una realtà multi-etnica, un incontro tra culture, tradizioni, nazionalità e religioni.

Basta salire sul terrazzo della scuola parrocchiale che ci ospita per dare uno sguardo all’orizzonte ed immaginare che a qualche decina di chilometri verso nord c’è la Siria, mentre ad est c’è l’Iraq. In Giordania non c’è la guerra, eppure a Mafraq la senti nell’aria, la percepisci vicina più che mai.

Qui vivono quelli che noi chiamiamo “rifugiati”: ma in realtà sono persone con un nome, una nazionalità e una vita.

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Ascoltiamo con contegno e rispetto le loro storie, consapevoli che per prestar fede al nostro impegno di essere silenziosi testimoni del loro passato e del loro presente è probabilmente l’unico atteggiamento possibile.

Incontriamo Sheka, moglie e mamma. Ha perso un fratello ed un nipote in Siria. Eppure ci versa il thè sorridendo: non sa cosa le riserverà la vita, se saranno cose positive o altre sofferenze, ma nel mentre preferisce non pensarci. Preferisce custodire gelosamente quel poco di gioia che le è rimasto. Poco per noi, ma tantissimo per lei.

Le famiglie c’hanno fatto sentire a casa, abbiamo parlato a lungo, quasi troppo. Anche se ne hanno la possibilità, affrontano con paura il viaggio verso un altro paese, perché non conoscono nessuno, non sanno la lingua, non sanno com’è la gente. Invece vorrebbero tornare in Siria quando tutto sarà finito. Gli manca veramente il loro paese. Le famiglie che abbiamo incontrato c’hanno fatto percepire quanto amano la loro terra e la vita che hanno lasciato. Ancora una volta, la vita in Giordania si presenta cara alle tasche di queste famiglie: è per loro difficile lasciarsi tutto alle spalle e dover guardare sempre avanti, senza nessuna certezza.

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Qualcuno di noi ha già vissuto questa esperienza prima, per altri è la prima volta, eccezion fatta per le visite ai rifugiati cristiani iracheni. Alcuni di noi sono più informati di altri, alcuni sanno come muoversi. Ad ogni modo, ognuno di noi sta facendo una riflessione su quello che ha visto e sentito questa mattina, e ognuno ha un processo diverso per metabolizzare il suo punto di vista, al fine di confrontarsi con gli altri.

Scrivendo queste parole non vogliamo ripetere lo stesso discorso che tanto si sente, che tanto si ripete. Non vogliamo lasciare spazio a sentimentalismi ed utopie, ma chiederci che cosa possiamo dire e fare? Ciascuno di noi si sente come una persona fra le tante che hanno solo da imparare a questo mondo.

Siamo stanchi di sentire la gente che ci ringrazia per quello che facciamo perché in verità non è nulla di eccezionale. Anzi, siamo sicuri che nella vita si può fare sempre di più ma non sempre siamo in grado di farlo, tanto meno da soli. Stiamo provando a scoprire cosa dobbiamo fare con la nostra vita per essere un dono concreto per la società.

Adesso dobbiamo prepararci a ricevere gli altri che verrano per il progetto

Trini e Massimiliano

Published on: 8 agosto 2016
Posted by: Matteo Mabilia