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@Storytelling Day 7 – Giordania 2015

Tutto è pronto per l’incontro con Wael Suleiman, presidente della Caritas Giordana.

È limitativo scrivere cosa ci ha detto stamattina perché non riuscirei mai a trasmettervi la stessa forza ed energia delle sue parole.

Wael ci ha concesso un’intervista perché, oltre che ad essere un simpaticone, è anche uno dei primi che crede in noi giovani. È in prima fila nel sostenere il progetto e nel volere che questo film-documentario ottenga la maggior visibilità possibile in tutto il mondo.

Ci ha parlato di come la guerra porti via tutto: oggetti personali, case, familiari. Ma quando un bambino di sei anni ti domanda se Dio esiste ancora o dove sia in questo momento, allora è lì che capisci che la guerra è capace di portare via anche la fede e con sé ogni speranza.
Noi siamo qui per dire Non Dalla Guerra!

Perché i bambini non devono essere rassegnati e dire di essere nati per morire, ma devono poter dire e pensare che sono nati per vivere!
“Tutti noi dobbiamo lavorare per la pace.” – ci dice Wael.

Un documentario per trovare speranza.

Un documentario come strumento di pace.

Un documentario che dovrà girare tutto il mondo.

Un documentario avente la grossa responsabilità di portare in sé questo messaggio importante: non dalla guerra.

È in preparazione un incontro per settembre tra Wael e Papa Francesco per parlare della situazione delle guerre in medio oriente e per organizzare insieme ai principali governi di tutto il mondo una conferenza di pace.

Il messaggio che vuole portare è proprio questo: Non Dalla Guerra!

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Prima di pranzo siamo andati a vedere una parrocchia che ospita rifugiati iracheni.
50 persone in poco più di 100 metri quadrati. La chiamiamo vita?!

Abbiamo conosciuto Nadia, una donna irachena. È stata molto forte a voler raccontare la sua storia, io non penso ce l’avrei fatta.
Suo marito (un venditore di verdure) è stato ucciso a sangue freddo nel 2010 a Mosul in quello che possiamo chiamare un attacco terroristico. Un ragazzo di 20 anni gli si è avvicinato mentre era al lavoro, gli ha scambiato un saluto e poi a sangue freddo gli ha sparato alla testa.

Il figlio di Nadia stava andando dal padre. Cosa puoi dire ad un diciottenne che vede uccidere il proprio padre davanti agli occhi?
Depressione.
Nadia dice che c’erano rapimenti e violenze verso i cristiani in quel periodo, ma che non si potevano aspettare questo.
(La percentuale dei cristiani in città rispetto musulmani è inferiore all’1%)
Paura. Non avevano soldi per scappare.
Nel 2014 arriva l’Isis che lascia due possibilità ai cristiani: convertirsi o scappare lasciando tutto.

Le porte delle case di famiglie cristiane vengono marchiate con una “N” per identificarle. “N” da NASRANI che in dialetto iracheno significa cristiano.

Paura. Paura dell’Isis.

La sua storia continua nello @Storytelling di domani dato che la incontreremo di nuovo per la vera intervista.

Assieme alla sua storia vi racconterò quella di Ishaq, un iracheno che ora sta nella stessa parrocchia di Nadia, la cui vita è stata stravolta nel 2004 dopo che gli americani, già presenti a Baghdad da un anno, hanno bombardato la città.

Dico che in questo momento sta nella parrocchia perché questo 15 settembre tutti i rifugiati presenti dovranno sgomberarla.

Ma Ishaq non è nemmeno iscritto alle liste della Caritas e non sa cosa fare.

È senza niente. Non ha più nessuno.

Porta con se solo le sue stampelle.

Ha avuto una vita difficile, impossibile, e ora ha un futuro ancora più oscuro.
“Io non ho futuro” – gli esce dalla labbra, con il viso rassegnato e le lacrime agli occhi.
Perché non posso dirgli “Dai cazzo, prendi l’aereo e vieni a stare da me!”.

È PAZZESCO e questa differenza di vita è INGIUSTA.

O meglio, come facciamo a chiamarla vita?!

#Jordan2015 #NonDallaGuerra

Published on: 22 agosto 2015
Posted by: Matteo Mabilia