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Pasqua 2017 – Day 4

Suona la sveglia: operativa! Sono la prima ad alzarmi, gli altri due gruppi partiranno dopo per l’ospedale italiano e per la visita alle famiglie; io con il mio gruppo ho un appuntamento in Caritas per le 8 e devo fare in fretta a prepararmi… non è una novità, faccio sempre una colazione al volo prima di uscire quando sono a casa!
Ci buttiamo in strada a bordo di una BMW scassata e, tra clacson assordanti come se piovesse e corse pazze, dribbliamo il traffico mattutino.
In 6 con l’autista mi sento schiacciare tra una gamba e un gomito in questo abitacolo ristretto, ma per fortuna, dopo un pò, la mia attenzione è distolta da un splendida visione: di fronte a me si apre la panoramica sulla città di Karaq. Wow! Ci vorrebbe un grandangolo per catturare tutta la bellezza del castello, collocato proprio sulla sommità dell’antica cittadina.
In un intrico di stradine raggiungiamo la sede Caritas della città e già al cancello ci accoglie un buon profumo di caffè speziato. Mentre entro scivolano a terra veloci gli ultimi granelli di polvere entrati dal finestrino e mi trovo in un ambiente così pulito e ordinato che mi sembra di essere tornata in Italia. Tra bianche pareti e cartelloni dai messaggi solidali, inquadro un viavai di felpe blu dal rosso logo della Caritas. Qui sono ben organizzati: ogni ufficio ha il suo incaricato, ogni stanza ha il suo operatore. C’è un medico arrivato da poco, una dentista giovanissima, una counselor che si occupa dei bimbi come maestra e psicologa, un diacono cristiano ortodosso che ascolta e valuta le richieste d’aiuto e la supervisor che con soddisfazione ci accompagna nel nostro giro.

Dopo una lunga chiacchierata che ci introduce alle storie di alcune famiglie siriane e giordane e allo stile dei servizi Caritas, inizia a sorgere in me una domanda: “Che ci faccio qui?”. Sono rimasta con le mani in mano mentre intorno a me tutti si davano da fare qui nella struttura. Fino ad ora mi sono sentita un oggetto estraneo, quasi di impiccio: forse perché sento il bisogno costante di fare qualcosa, sporcarmi le mani e sentirmi utile? So bene che è colpa della prospettiva con cui guardo sempre le cose, e mi ci vuole un pò a capire il senso di questo spaesamento che provo.
Mi sembra di essere dentro uno slow motion e intuisco che sarà una mattinata al rallentatore. Qui si va ad un’altra velocità..
Ma non sarà perché devono aspettare noi forestieri? Ci vuole tempo, infatti, per spiegare bene, la lingua ha bisogno di traduzione e mi sa che dovrò applicare lo zoom per potermi soffermare sui dettagli che sono ciò che fa la differenza. Si tratta di entrare con delicatezza nella vita che ci scorre accanto: raccolgo ogni sfumatura e mi lascio trasportare dal racconto in piena.

Un flash e ci catapultiamo come visitatori delle due scuole cristiane della via! L’improvvisata non lascia impreparate le maestre che allestiscono solo per noi uno spettacolo divertente: con il mio obiettivo puntato, in fila con gli altri, mi sembra di esser parte della giuria di uno di quei show musicali della TV… Dopo l’imbarazzo iniziale dei bambini, metto a fuoco gli occhietti vispi e le movenze disciplinate ma buffe durante i balletti: ecco la loro voglia di esserci e di esprimersi!

Una volta tornati tutti alla parrocchia di Adir, non c’è da perdere tempo: abbiamo il nostro primo pomeriggio da animare!
Siamo in attesa dell’arrivo di alcune decine di bambini siriani che ancora non conosciamo. Saranno ore di giochi e intrattenimenti, ma su questo siamo forti: l’esperienza è dalla nostra parte!
In teoria è tutto pronto: materiale recuperato, giochi a squadre, e ognuno sa quello che deve fare.
Poi però, ancora una volta, la realtà ci scombina i piani. I ragazzi sono fin troppo pieni di energie, non è facile tradurre loro le regole e con i volontari del posto non ci si intende al volo…
Il momento è di totale confusione. Panico! E ora che si fa? Non riesco a gestire la situazione…
Nel frattempo, però, senza che me ne accorga, nascono giochi non previsti: c’è chi si colora le mani con la tempera, chi salta la fune, chi corre dietro un pallone…
Lentamente i bambini sono riusciti a trasformare la nostra agitazione in spontaneità tutta da gustare. È bastato solo un pò di colore, un gioco con le mani per rovesciare finalmente la mia prospettiva: non sta tutto nel fare, a volte basta l’esserci, lo stare semplicemente insieme. Son riuscita finalmente a mettere a fuoco il nostro obiettivo.
Ciò che conta è la nostra presenza qui oggi, per poterla raccontare domani. Niente di meglio che concludere il pomeriggio con una foto: catturare istanti e immortalare le emozioni mi aiuteranno a raccontare i volti e le storie quando tornerò a casa.

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Published on: 11 aprile
Posted by: nicola