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Marhaban – Incontro con l’artista Diala Brisly

Rimini
21 Maggio 2016

E’ Diala Brisly a salutarci con la sua voce calda ma tremolante.
Diala è una giovane donna siriana, illustratrice, attivista che vive a Beirut. Si trova in Italia per il Komikazen il festival del fumetto di realtà.
A primo impatto non ricalca esattamente i nostri stereotipi di donna araba: al posto del caratteristico hijab mostra lunghi capelli sciolti che le coprono le spalle e indossa un vestito etnico verde che le lascia scoperte le ginocchia.
Tutti i presenti in sala sono incuriositi da questa piccola donna sul palco.
In fin dei conti la sua presenza qui in Italia non è così scontata, ma frutto di un lungo travaglio per ottenere il visto: Diala era già stata invitata a vari festival europei per presentare le sue opere ma ogni volta le è stato negato il permesso in quanto siriana. “Noi ci sentiamo dentro la notte nera, come se le altre persone del mondo non sapessero della nostra esistenza o non ne fossero interessate”.

Ci racconta che lei non ha sempre disegnato; all’inizio della rivoluzione siriana del 2011 aveva appena finito i suoi studi all’università e con degli amici faceva un lavoro molto pericoloso: portava le medicine per le persone ferite durante le manifestazioni negli ospedali da campo fuori Damasco, nascondendole sotto il sedile della sua macchina. Sorride raccontandoci che si era cambiata il nome in Elvis Presley per l’assonanza con il suo cognome Brisly.

“Una volta mentre stavo trasportando illegalmente medicine mi hanno fermata ad un ceckpoint: c’erano dei giovani soldati, mentre abbassavo il finestrino avevo il cuore a mille e tutta la vita mi passava davanti gli occhi.. se mi avessero scoperta sarei stata accusata di terrorismo e mi avrebbero fucilata. Uno dei soldati mi ha guardata e sorridendo ha chiesto agli altri perché avevano fermato e disturbato una ragazza così carina. Mi hanno lasciata andare. Sono stata molto fortunata.”

Dopo i primi mesi di proteste Diala dice di essere stata molto male perché iniziava a vedere che i sogni di libertà, democrazia di molti giovani come lei stavano per essere sopraffatti da estremismi religiosi e interessi privati: i morti aumentavano e il sangue fluiva per le città. “Dopo lo shock della vista di tutti questi morti ho iniziato a disegnare … ho cominciato con una serie di disegni in bianco e nero nei quali il sangue che rappresenta la morte va verso l’alto, per dimostrare che le persone sono ancora attaccate alla vita.”

“Leave my last days of childhood and leave us”

“Leave my last days of childhood and leave us”

“Leave my prudery and leave us”
 Vignetta dedicata alle donne di Homs violentate

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“Leave our cactus and leave us”
 La vignetta ricorda un episodio nel quale il regime, sospettando che l’esercito siriano libero nascondesse armi in un campo di fichi d’india fuori Damasco, bombardò il terreno distruggendo tutte le piante. Il campo era un luogo dove giocavano molti bambini.

Il sangue e le figure femminili sono due elemento molto ricorrenti nelle opere di Diala: ci racconta che le donne hanno avuto un ruolo fondamentale nella rivoluzione araba siriana pacifica e democratica.

Una amica perde sangue: il sangue si trasforma in papaveri rossi. Sullo sfondo si può notare l’entrata al castello di Aleppo.

Una amica perde sangue: il sangue si trasforma in papaveri rossi. Sullo sfondo si può notare l’entrata al castello di Aleppo.

Una decina di attiviste siriane furono imprigionate nel 2013 a Deraa, iniziarono uno sciopero della fame per protestare contro il regime: Diala si trovava ad Instanbul, stava facendo colazione e osservando il cucchiaino pensava a queste donne, improvvisamente vide il cucchiaino arrotolarsi su se stesso, le passò la fame e ne fece una vignetta.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Continua raccontandoci che per lei il disegno è stato non solo un modo per salvarsi da tutte le brutture che vedeva e viveva, ma anche una sfida, una denuncia.

Mentre parla penso a quello che scrisse Joyce “art must involve both truth and beauty”. Credo che l’arte di Diala rappresenti appieno questo.

Daraa. Marzo 2011. Un gruppo di ragazzini scrive sui muri “E’ arrivato il tuo turno dottore” (chiaro riferimento al presidente). Vengono presi e torturati dalla polizia.

Adesso Diala vive a Beirut, vende le sue opere tramite internet ma non in Libano perché i rifugiati siriani per legge non possono lavorare nel paese, e tiene dei laboratori di arte con i bambini rifugiati siriani all’interno di alcuni campi profughi.
Quando l’incontro finisce ho l’occasione di abbracciarla per ringraziarla: mi avvolge un profumo di gelsomini, il simbolo della libertà. Perché alla fine si possono tirare su muri, non concedere visti, fare accordi con stati corrotti, zittire un popolo, imprigionare, uccidere, annientare ma “anche nel nero più totale c’è sempre una piccola luce che continua a splendere”.

Grazie Diala.

 

 

Published on: 1 giugno 2016
Posted by: Matteo Mabilia