giustizia… un valore internazionale?

Domenica 07 Dicembre: finalmente si parte!
Io e i miei compagni siamo molto emozionati. Sogniamo questo viaggio da mesi e, ora che ci siamo, non riusciamo a contenere l’entusiasmo. Tra qualche ora saremo in Olanda, all’Aja, e domani mattina finalmente andremo all’International Criminal Court.

Sappiamo bene di cosa si tratta, ne abbiamo parlato molto a lezione.
L’ICC è il primo Tribunale Internazionale permanente, nonché indipendente, sia rispetto agli Stati, che rispetto alle Nazioni Unite. La sua funzione è di porre fine all’impunità per i colpevoli dei più gravi crimini che affliggono la comunità internazionale.
Questo Tribunale Internazionale è molto giovane, ma ha già dimostrato carattere e impegno. Dal 1° luglio 2002, quando è ufficialmente entrato in funzione, ha aperto casi in Uganda, Repubblica Democratica del Congo, Repubblica Centrafricana, Sudan (Darfur), Costa d’Avorio, Kenya, Lybia e Mali. Inoltre, indagini preliminari sono al momento in corso anche in Afghanistan, Colombia, Repubblica Coreana, Georgia, Guinea, Honduras, Nigeria e Palestina.
La prima condanna definitiva venne emessa contro il congolese Thomas Lubanga Dyilo, condannato per l’arruolamento di bambini soldati di età inferiore ai 15 anni nella sua milizia, l’ Union des Patriotes Congolais. Attualmente sono state confermate accuse nei confronti di vari personaggi di spicco dei paesi summenzionati. Ne cito solo alcuni: Muammar Gaddafi, suo figlio Saif Al-Islam Gaddafi e il colonnello delle Forze Armate Libiche nonché capo dell’Intelligence Militare Abdullah Al-Senussi; Omar Hassan Ahmad Al Bashir, Presidente del Sudan, Abdel Rahim Muhammad Hussein e Ahmad Harun, entrambi Ministri del Sudan; Jean-Pierre Bemba Gombo, Presidente e Comandante del Movimento di Liberazione del Congo; Sylvestre Mudacumura, Comandante delle Forze Democratiche per la Liberazione del Rwanda; Lauren Gbagbo e sua moglie Simone Ehivet Gbagbo, lui Presidente della Costa d’Avorio dal 2000 al 2011 e lei first lady, nonché Presidente dell’ Ivorian Popular Front.
In base all’articolo 27 dello Statuto di Roma non è infatti riconosciuta alcuna immunità per le cariche di Stato. La norma recita: “This Statute shall apply equally to all persons without any distinction based on official capacity. In particular, official capacity as a Head of State or Government, a member of a Government or parliament, an elected representative or a government official shall in no case exempt a person from criminal responsibility under this Statute, nor shall it, in and of itself, constitute a ground for reduction of sentence. Questo è un articolo assai prezioso perché sancisce il principio della “personal culpability” anche nei confronti di individui altrimenti ritenuti immuni.

Ma torniamo a noi.
Il giorno dopo alle 8 di mattina eravamo pronti ad uscire. Sbagliamo l’autobus per ben 2 volte, poi finalmente arriviamo al Tribunale.

Dopo l’incontro con il Vice Presidente veniamo scortati davanti all’aula delle udienze. Solo un vetro ci separa. Noi ci accomodiamo e sincronizziamo gli auricolari per seguire il processo. Dopo pochi minuti cala il silenzio ed entrano i giudici.
Il caso a cui assistiamo riguarda William Ruto, Vice Presidente del Kenya, e Joshua Sang, capo broadcaster della radio ufficiale di Nairobi, Kenya.
La prima ora dell’udienza non la possiamo seguire, per questioni di sicurezza nella tutela di un testimone è a porte chiuse. Si tratta di una “close session”, come la chiamano loro. Quando poi riparte l’audio veniamo catapultati in un paese lacerato dalle violenze e dal dolore. In Kenya, dopo le elezioni presidenziali del dicembre 2007, ci fu una tremenda crisi politica, economica e umanitaria. In soli due mesi più di 1200 persone vennero uccise e 600.000 vennero fatte sfollate. Ruto e Sang sono entrambi accusati di planning and organizing crimes against humanity, precisamente di omicidio, deportazione o trasferimento forzato della popolazione e persecuzione. Ruto è accusato di essere responsabile come indirect co-perpetrator, cioè di aver commesso tali fatti insieme ed attraverso altri individui, non lui stesso direttamente, mentre Sang è accusato di aver “in altro modo contribuito” alla commissione di suddetti crimini.
In aula l’accusa e la difesa procedono all’interrogatorio di un testimone. Noi non possiamo vedergli il viso e la sua voce viene contraffatta. Le domande sono sempre più incalzanti e specifiche, gli vengono mostrati anche documenti e foto. Alla nostra sinistra, dietro agli avvocati della difesa, siede Joshua Sang.
Non è facile non fissarlo. Guardandomi attorno noto che anche i miei compagni sono stregati. Pensiamo a quello che abbiamo studiato, all’orrore all’indignazione che abbiamo provato. Ascoltiamo il Prosecutor ripetere i capi di accusa e i brividi tornano. Eccolo lì. Guardiamo Sang. E’ un uomo così normale, di corporatura media, elegante nel suo completo gessato, educato e composto nei modi e con un cipiglio serio, lo sguardo attento ma allo stesso tempo rilassato. Penso che ognuno di noi, involontariamente, si fosse fatto una propria idea di lui e di Ruto. Non che ci aspettassimo delle corna da diavolo o degli occhi da mostro, certo che no. Nonostante tutto, la banalità e la semplicità di quest’uomo ci spiazzano.
La banalità del male, scrisse Hannah Arendt. Pensavo di averlo compreso quando lessi il libro, ora però lo tocco anche con mano. Ed è diverso. E fa paura.
Dopo altre due ore la seduta è sciolta e andiamo in mensa a mangiare. Siamo taciturni, ci guardiamo negli occhi e sappiamo di avere così tante cose da dire, da necessitare del tempo per elaborarle. I sentimenti che proviamo sono contrastanti. Adrenalina ed eccitazione da una parte, disagio e inquietudine da un altro. Non posso non guardarmi intorno e pensare a chi varca ogni giorno queste porte, a cosa succede qui dentro. Ricordo le parole del Vice Presidente: “Ragazzi, come siete fortunati! Ricordatelo, ricordatelo sempre! Da quando lavoro all’ICC ho visto cose atroci, inimmaginabili.. e indimenticabili. Ora più che mai mi rendo conto di quello che abbiamo e di come viviamo”.
Penso ai miei amici Tommy e Gio. Il loro impegno per la causa siriana ha colpito e conquistato moltissime persone, io in primis. Mi viene da scuotere la testa. Il lavoro che ogni giorno questi eroici magistrati (e non solo) portano avanti non basta. C’è così tanta sofferenza ancora nel mondo. E così tanta schifezza.
La Corte Penale Internazionale conta 122 Stati membri.
Chiaramente la Siria non è tra questi, non ha ratificato lo Statuto di Roma, con il quale la Corte è stata creata, né tantomeno ha interesse a richiederne la sua giurisdizione in forza dell’articolo 12. Rimane così off-limits.

Le indagini aperte nei confronti di Presidenti quali Gaddafi, Al Bashir, Kenyatta, mi avevano fatto pensare anche a quel diavolo di Bashar Al-Assad. Nel leggere di bambini soldato congolesi di soli 12 anni, usati per combattere e sottoposti a violenze sessuali, avevo ricordato anche i 1,5 milioni di bambini siriani costretti ad abbandonare la propria casa. Il pensiero era necessariamente volato agli amici Siriani, e non, con i quali ho condiviso cene, incontri, commozione, collera e speranza.
Abbiamo così tanto per cui lottare ancora. Così tanto da cambiare.

Oggi mi sono sentita piccola, tanto fragile e inutile. Ho sentito il freddo nelle ossa e una morsa nello stomaco. Ho visto il male con i miei occhi ed ho provato paura.
Ho visto però anche come sconfiggerlo questo tremendo male. Non con la violenza o non con il silenzio, ma con la giustizia. Sforzandoci di fare il nostro dovere ogni giorno, senza aver paura e senza farci sottomettere da nessuno. Con il coraggio di alzare la testa e di dire ad alta voce che non ci stiamo, che le cose non devono andare per forza così, che i nostri fratelli non devono soffrire.
Vicino alla mensa ci sono le foto di tutti i magistrati della Corte. Li fisso, sfioro i loro visi e leggo i loro nomi. Che belli, così fieri, coraggiosi! Mi sento il cuore un pò schiacciato, e non è colpa della camicia.
E’ la stima, l’ammirazione e il rispetto che provo per loro. Cerco di imprimermi i loro nomi e i loro sorrisi nella mente. Questo Tribunale non mi sembra più la dimora del male, bensì quella degli eroi!
Il freddo che mi aveva ghiacciato le ossa sta sparendo e finalmente io e i miei compagni riusciamo a sorridere.

Verso sera l’Aia ci regala la prima neve di quest’inverno. Mentre andiamo a cena fuori con il nostro professore e l’ormai affezionato Vice Presidente, non la smettiamo di chiacchierare e scherzare. Ci raccontiamo ogni singolo istante della giornata, come se non fossimo stati tutti insieme. Ognuno di noi vuole ripeterlo ad alta voce, vuole esprimere quello che ha provato, vuole farne tesoro. Ormai basta, nulla potrebbe più fermarci. Ci sentiamo vivi come non mai e carichissimi per l’ indomani: International Criminal Tribunal for the former Yugoslavia, arriviamo!

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Published on: 21 dicembre 2014
Posted by: Giovanni Zambon