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Day-telling 7 | YWPF 2017

La sveglia suona presto questa mattina. Il tepore del sacco a pelo è confortevole, ma siamo costretti ad alzarci. Ci aspetta un’intensa giornata allo Youth World Peace Forum. Oltre ai workshop, in programma anche la presentazione dei vari gruppi partecipanti. Ci siamo anche noi. A colazione cominciamo a provare il discorso che abbiamo scritto la sera prima. L’agitazione sale, ma l’energia è quella giusta. Una mezz’oretta di viaggio e varchiamo i cancelli dell’Università Americana di Madaba. Siamo parecchio in ritardo a causa del guasto di uno dei “super” bus. Ci mancano i nostri pulmini gialli: hanno il doppio dei nostri anni, ma sono affidabili. L’agitazione per la presentazione, però, non ci impedisce di apprezzare le tipiche danze giordane che inaugurano questa seconda giornata del Forum. Gli uomini vestiti in abito tradizionale e scimitarra si muovono con movenze decise. Improvvisamente la musica finisce: adesso è il nostro turno. In un attimo siamo sul palco davanti a centinaia di persone. Siamo i primi a prendere in mano il microfono. Ci presentiamo. Spieghiamo il nostro progetto nato da un sogno, da un’idea. Tutti gli occhi sono puntati su di noi. È difficile descrivere ciò che proviamo.

Nemmeno oggi, però, manca uno dei nostri momenti preferiti: 250 bambini siriani ci aspettano per “Sport for Peace”. Pronti, partenza, via! Percorsi a ostacoli, tiro alla fune, giochi d’acqua, face-painting: i bambini si divertono, e noi con loro. Ci riempiamo il cuore di sorrisi, di gesti spontanei, di occhi grandi e luminosi. La vitalità e spensieratezza di questi bambini ci dona una carica pazzesca. È già ora di pranzo, queste piccole pesti devono ritornare a casa. Si allontanano in fila indiana e salgono sui pulmini gialli, noi li osserviamo da dietro mentre spiccano il volo verso il loro futuro.

Monica e Stefano

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Ma non è finita… è tempo di Silent Play!

Divise nei bagagli ecco arrivate le 60 cuffie audio, la scatola di teli termici, quella di casacche fluorescenti e quella di bottigliette d’acqua. (anzi bicchieri d’acqua sigillati, che in Giordania pare si usi così). Indossiamo le magliette “Silent Play”, ed eccoci pronti a condurre uno dei dieci workshop in programma. Theatre and Peace. Il regista sembra tranquillo, ma qui il gioco si fa davvero duro. Una cosa è coinvolgere gli studenti delle scuole superiori del Veneto, i partecipanti a Festambiente, il mondo del volontariato. Un’altra cosa è chiedere ad un ventitreenne iracheno, che ha finalmente ottenuto il visto per l’Australia, quali sono i dieci oggetti che porterà con sé quando lascerà il suo paese. Una ragazza siriana si avvicina e chiede, un po’ imbarazzata, se ci sarà molta fatica da fare. Arrivano 6 volontari adulti di Caritas Jordan, potrebbero essere i nostri genitori e chiedono di partecipare. Capite l’inglese? Mica tanto, rispondono con un sorriso. Un respiro profondo e partiamo.  Ciò che fa l’attore, nella lingua inglese, si chiama come ciò che fa il bambino. Giocare e recitare condividono una stessa parola. Play.  Il segreto del gioco dei bambini? Non giudicare, abbassare le barriere, mettersi in gioco. Iniziamo creando con le mani un ritmo comune, che dopo una prova diventa subito potente, ipnotico, come le musiche che abbiamo ballato l’altra sera a cena. Il gruppo inizia a risuonare. Altri due giochi e possiamo dare il via al Silent play. Ci interrompiamo ogni tanto per tradurre in arabo con l’aiuto di un partecipante preso a caso (il regista di una giovane compagnia teatrale di Amman, scopriremo dopo). I gesti delle repliche a Vicenza, che avevamo imparato a conoscere, assumono nuovi significati. Ripararsi con un telo isotermico, fare la fila per l’acqua, compilare un modulo, dare in prestito il proprio cellulare a uno sconosciuto, cercare l’indirizzo di un amico straniero che potrebbe ospitarci se dovessimo partire domani. Il teatro diventa vero sotto i nostri occhi, è un corto circuito. Ed ecco, è già finito. Ognuno di noi è davanti ad una persona. La guarda negli occhi. Persone con cui abbiamo passato giorni intensi, di cui abbiamo ascoltato le storie. La voce della colonna sonora dolcissima e implacabile ci chiede di voltare le spalle a quegli occhi. “And never turn again. Leaving him or her is a bit like dying?”. E non girarti indietro. Partire è un po’ morire?

Carlo Presotto

Published on: 24 settembre
Posted by: nicola