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Day 6 – Incontri

È venerdì, giorno di riposo per i musulmani. Dopo questi giorni intensi pieni di attività, finalmente, respiriamo anche noi.

Voglio approfittare di questa giornata per guardarmi attorno e capire bene cosa sta succedendo… È tutto così veloce. Mi sembra di essere partita stamattina alla volta della Giordania, invece vivo in questo oratorio cristiano di Salt City già da 5 giorni. Sono già 5 giorni che sono immersa in questa realtà che a volte sembra paradossale e a volte la più normale di questo mondo.

I giordani sono davvero gentili con noi, pur non avendo niente ci offrono tutto. L’altro giorno ero nel turno pulizie e sono andata a fare la spesa: sono rimasta veramente colpita dal fatto che in ogni negozio dove abbiamo fatto degli acquisti ci venivano offerti dei dolci, della frutta… come se fosse una cosa normale. Offrire. Essere gentili, cordiali.

Parlare con le famiglie di rifugiati siriani è qualcosa di surreale: fai loro tante domande e mentre ti raccontano la loro storia guardi gli occhi, cerchi di cogliere tutte quelle parole che non dicono perché troppo dolorose per essere anche solo sussurrate. Il sorriso che li ha contraddistinti fino a quel momento svanisce, facendo spazio a sguardi vuoti e spenti, la mente che ritorna a ciò che hanno vissuto e il dolore che dirompe nella loro anima. Qualcuno piange, qualcuno cambia argomento, qualcuno riesce a raccontare senza perdere lacrime.

Noi, spesso e volentieri, ci lamentiamo dei nostri problemi, delle nostre vite, ma qui ci sono persone che non hanno nemmeno dei bicchieri in cucina per offrirci del caffè quando andiamo a trovarli, eppure non smettono mai di sorridere. Abbiamo tanto da imparare, abbiamo tanto da capire.

Far giocare i bambini può sembrare una cosa da niente, una passeggiata, ma questi non sono come quelli che siamo abituati a vedere di solito. Sono traumatizzati, tendono all’aggressività, non si fidano. Far fare loro un puzzle è diventata l’impresa più difficile di una mia giornata. Non sanno lavorare in squadra, non capiscono cosa voglia dire tutti insieme. Una bambina mi ha particolarmente colpito, avrà avuto circa 4 anni, continuava a prendere un quattro pezzi e cercava a forza di incastrarli, senza dare la minima importanza a quello che si stava facendo al centro del tavolo. Come se fosse costantemente concentrata solo su poche cose, semplici, disparate. senza riuscire a capire il quadro generale, senza alzare mai lo sguardo. Non voleva far parte del gruppo, non voleva ascoltarmi o guardarmi. Voleva solo avere quei quattro pezzi davanti al naso e giocarci, o almeno fare quello che lei crede sia giocare. Forse non sa cosa sia, forse sa solo trovare degli stratagemmi per evadere da delle visioni passate che continuano a tormentarla. Chissà per quanto ancora la logoreranno. Chissà se mai cesseranno.

Osservo i miei compagni di viaggio, e ascolto. alcuni si confidano, altri sorridono, altri ancora sono più silenziosi. Nessuno di loro però si ferma, nessuno si tira indietro quando si tratta di andare a far sorridere qualche bambino o preparare la cena. Siamo stanchi, fa caldo, le ore sembrano non bastare mai… ma nonostante questo la sera non può mancare il solito ritrovo sul tetto, tra materassi e narghilè, tra le mille luci della città e qualche canto che intoniamo per sorridere. Perché è necessario sorridere, lo è sempre.

L’altra sera, sotto consiglio di alcuni tra noi, abbiamo condiviso le nostre emozioni. Non è stato facile per tutti, c’era chi è abituato a farlo e chi era alla sua prima volta, impacciato e insicuro, ma a nessuno importava. Nessuno verrà mai giudicato per i propri sentimenti. Ci sentiamo parte di un gruppo, parte di qualcosa molto più grande di noi ma così essenziale che non è possibile farne a meno. Siamo contenti, siamo sicuri di essere esattamente dove dovremmo essere. Nessuno ci ha mai detto che sarebbe stato facile, ma nessuno ci aveva nemmeno mai detto quanto ci avrebbe colpito dentro, perché in effetti nessuno poteva. Nessuno può. È inspiegabile.

Vorrei descrivere tutto questo come “la bellezza collaterale”, prendendo spunto dal titolo di un film, ma sarebbe riduttivo, sarebbe ingiusto. Vedere occhi che mascherano un dolore indescrivibile con un sorriso che sembra così strano, così non possibile… non ve lo so spiegare. È così e basta. Sorridono.

“La cosa più bella di questo viaggio siete voi, pazzi volontari, che andreste alla grande anche senza la nostra guida. Siete veramente un bel gruppo e sono davvero contento. Noi crediamo nelle persone, nel lato umanitario che è in ognuno di noi. E’ questo quello che facciamo.”

Mabo

Elena

Published on: 29 luglio
Posted by: Matteo Mabilia