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Day 5 – Incontri

Questa mattina sono un po’ agitata, emozionata; andrò ad ascoltare le storie di due famiglie scappate dalla Siria e rifugiatesi vicino a Salt City.
Saliamo in macchina e il mio sguardo si perde nell’arido paesaggio della città mentre la mia mente confusa inizia a porsi un sacco di domande.

Arriviamo alla casa; Samer ci accoglie alla porta, sorridente ma serio, aperto ma riservato.
Dopo una stretta di mano ai ragazzi e un cenno educato a noi ragazze, entriamo scalzi nella piccola stanza. Ci accomodiamo su colorati tappeti, forse non a disagio ma di sicuro percependo l’intensità del momento. Sorseggiamo caffè turco osservati dai vivaci occhi del figlioletto, incuriosito ed entusiasta della nostra presenza.
Restiamo su quei divanetti a lungo, in un susseguirsi di domande e racconti, silenzi e parole, emozioni e progetti.

Samer parla con calma; ci racconta della vicenda della sua famiglia con semplicità e discrezione. Più volte afferma che non vuole tornare in Siria. Percepisco sconsolatezza nei suoi occhi stanchi. Non si lamenta, fa tutto ciò che può servire alla sua famiglia, risponde alle nostre domande titubanti senza esitazioni. Nonostante ciò il dolore, la malinconia vibrano nel suo viso, nel suo sorriso.

I bambini vogliono fare l’ingegnere e il dottore; amano la scuola, addirittura la matematica ma il calcio rimane la loro passione. Il padre è fiero di loro, vuole che vadano all’università, che abbiano un futuro degno.

Samer crede nel futuro, vuole costruire qualcosa di migliore per i suoi figli ma non può basarsi sul loro passato, la Siria.

Ci salutiamo con un’ultima sigaretta, grati per il momento condiviso.

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Mentre ci dirigiamo verso la casa di Wazim, a pochi chilometri di distanza, il mio pensiero resta a quegli occhi, a tutta la malinconia che c’ho visto dentro, e a quelle mani, callose e operose.
In questi due elementi vedo la forza e la miseria di un uomo che vuole costruirsi un futuro ma che deve rinunciare al suo passato.

Anche Wazim ci accoglie con estrema ospitalità; desideroso di raccontare la storia della sua famiglia davanti a un bicchiere di thè caldo. Ci presenta le due figlie più piccole. Ania ha solo quattro mesi, è infagottata in un vestito di tulle e balze; Wazim me la fa tenere in braccio, lei mi afferra un dito con la manina.

Con un sorriso caldo pur se sdentato, Wazim si racconta, si apre a noi.
Racconta delle bombe, della perpetua paura di morire, della fuga di notte con solo i propri vestiti. Racconta degli affetti perduti, dei parenti di cui non riceve notizie da anni. Racconta delle ferite non rimarginate e della figliola più grande che ancora corre disperata per la casa al solo suono dei fuochi di artificio dei matrimoni.

Ma Wazim si concentra soprattutto sull’amore per la sua terra. Sulla famiglia, sui legami, sulle radici.

Wazim non vuole emigrare, non vuole riiniziare negli Stati Uniti o in Europa; Wazim vuole ardentemente tornare nella sua Siria. Andare a riprendersi la vita che gli è stata strappata. I suoi occhi brillano, animati da un amore totalizzante; capisco che la Siria sarà sempre il fulcro dei suoi pensieri, il calore del suo cuore. Wazim parla ogni giorno alle sue bambine di cosa vuol dire “Siria”. Tra le figlie solo Ania ricorda qualcosa; per lei la Siria è un pupazzo logoro e malconcio. La notte della loro fuga è corsa sgambettando e piangendo dentro casa, nonostante il cielo stesse crollando, per riafferrarlo e stringerlo a sé.

Ora quel giocattolo è il simbolo del loro desiderio di tornare.

Prima di uscire da quella stanza gli occhi di Samer mi fissavano e con un bisbiglio mi disse:
”Spero che i tuoi occhi non vedranno mai ciò che ho visto io”

Laura e Martina

Published on: 29 luglio
Posted by: Matteo Mabilia