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Day 4 – Incontri

Ci sembra sia passata una vita dal nostro arrivo, tante sono le vite che stiamo sfiorando e le storie che stiamo condividendo.

Iniziamo anche ad ambientarci: le preghiere notturne dei Muezzin sono ormai diventate una colonna sonora naturale dell’ambiente che stiamo scoprendo, così come la sinfonia costante dei clacson fuori dalle nostre finestre e ai nostri neologismi arabo-inglesi per aiutarci dove i gesti non bastano.

È il nostro turno alla “non-formal school”.

Veniamo accolti dalle maestre e dalla preside che davanti ad un caffe arabo, ci parlano della scuola e dei ragazzi, informandosi su quello che faremo con loro. La direttrice ci spiega che tutti i ragazzi, per lo più tra i 3 e i 5 anni, sono rifugiati siriani e molti di loro hanno profonde difficoltà a interagire, a causa dei traumi subiti.

I bambini ci accolgono in cortile in file ordinate, presentando un repertorio di canzoni in arabo e in inglese. Questa accoglienza calorosa ci colpisce, non solo per la generosità del benvenuto, ma anche perché accentua la sensazione di disagio che ci portiamo dietro dal primo giorno, dato dalla paura di essere percepiti come europei pretenziosi, che viaggiano in paesi esotici per sentirsi speciali.

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Finalmente ci trasferiamo nelle classi, divisi in gruppi. Entriamo con tutta l’allegria che dei fortunati ventenni italiani possono esprimere, e ci rispondono tantissimi occhi curiosi. Alcuni vivaci, come ti aspetteresti da una mandria di bambini circondati da colori, altri più opachi, alcuni spenti.

Vedere questi bambini felici ti riempie il cuore di gioia e ti da tantissima speranza. Se bambini che hanno vissuto tanto male possono sprigionare così tanta felicità e creare così tanto bene pensi che sia possibile tutto, anche costruire la pace. Quando vedi questi bambini spenti, capisci che tutto questo ha un costo, e loro hanno pagato quello più alto, di quelli che temi non si possano saldare.

Lasciamo la scuola scambiandoci un pensiero sull’esperienza vissuta.

Dopo pranzo ci arriva una proposta lampo: servono una decina di noi per fare qualche ora di animazione a 80 (!) bambini siriani di una parrocchia di Zarqa. Ovviamente accettiamo: siamo tutti stanchi morti ma i bambini riescono sempre a farti trovare le risorse che pensavi di aver esaurito.

Partiamo con uno dei soliti furgoncini scassati con il bagagliaio riadattato a salottino. Due ore di viaggio in mezzo al deserto ci hanno provato psicologicamente oltre che fisicamente ma la vera sfida è trovare i bambini da animare: a Zarqa ci sono quattro chiese: le giriamo tutte prima di trovare finalmente la nostra. E qui bambini, sorrisi, un due tre stella, bandiera, solletico, il salone più sporco della storia su cui ci sediamo comunque a giocare. I bambini sono davvero spensierati come dovrebbero essere e sembra tutto perfetto. Sembra sparire anche lo scoglio della lingua. E allora ok, habibi, habibti, la, give me five!

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Ripartiamo dopo poco più di un’ora (sempre sul nostro strumento di tortura con le ruote) e sono comunque già sorrisi e baci soffiati verso di noi dagli scuola bus che come noi si buttano nel traffico caotico di Zarqa.

E quale modo migliore per terminare questa intensa giornata se non il solito narghilè ma condividendo le emozioni e cercando di dare un nome e un’immagine a tutti questi pensieri. Non sono mancate le lacrime.

Shukran amici, a domani.

“I bambini figli di rifugiati siriani sono molto silenziosi, a causa di quello che hanno passato.. Tutte le attività che gli fanno utilizzare le mani e la fantasia li aiutano”

Una maestra della scuola

Maria, Matteo e Federica

Published on: 28 luglio
Posted by: Matteo Mabilia