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Day 26 – Incontri

Io sono te e ciò che vedo è me stesso. Esiste una memoria collettiva? Conosco i racconti dei miei nonni sulla guerra, la paura di mia bisnonna nel sentire il rumore dei caccia in esercitazione passare per raggiungere la base militare a dieci kilometri nonostante non fossimo in guerra. O lo eravamo? Lo siamo ora?

Io sono un padre. Ho una scaglia di metallo nell’occhio destro che faccio toccare per dimostrarne l’autenticità. Due cicatrici in testa. Una bomba mi ha fatto crollare la casa addosso. Penso a un’operazione magari potrò vedere meglio e lavorare. Sono disoccupato. Amo la mia famiglia a dismisura. A volte penso di prendere un veleno che forse è meglio morire. Follia della mia vita precedente. Dicono che non sto bene di testa, ne sono sicuri?

Io sono sua moglie. Nella buona e cattiva sorte stiamo crescendo 4 bimbi. Uno avuto mentre scappammo dalla guerra. Neanche io lavoro. Non posso. Siamo una famiglia unita. Capisco i ragionamenti di mio marito, ché la guerra e non la vita gli sta avvelenando il sangue. La vita è cara, ma almeno qua siamo al sicuro. La vita ci è cara. Lui lo capisce. Fra un po’ ci toglieranno il sussidio. Sono 3 mesi che non riusciamo a pagare l’affitto.  Amo i miei figli. Sono scaltri e sorridenti, con gli occhi di mio marito. Uno vorrebbe fare il dottore.

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Io sono una nonna, ho cinque nipoti. Mio marito è ritornato nella città dove abitavamo. È stata rasa al suolo dai bombardamenti, c’è ancora qualcosa? Ci sentivamo ogni due settimane. Non c’è bisogno che mi dica com’è la situazione al confine. La settimana prossima o quella dopo torniamo con lui. Qua siamo al sicuro ma il costo della vita è alto e il lavoro di mio marito con quello di mia figlia non basta. Non posso lavorare. Amo i miei nipotini. Sono piccoli e guardano con consapevolezza.

Io ero un figlio. Come molti sono morto fra le bombe e aiuto mia moglie e i miei figli e i miei cari tramite il ricordo di me che vive nel loro animo.

Io sono una madre. Ho tre bimbi, il piccolo è un cantante nato ma il pannolone lo sbilancia. Due delle mie sorelle in Svizzera e un fratello in Germania. Sarebbe bello poterli riabbracciare. Sarebbe bello visitare quei posti. A deciderlo sarà il tempo. E la discrezione di qualche autorità. Oggi vengono a conoscere me e la mia storia e ne sono lieta. Ho dei bei ricordi della mia vita prima della guerra. Tutti bei ricordi. La mia nuova casa è umile e spartana. Il mio sorriso accogliente. Comunque vada la sorte il mio sorriso è accondiscendente. Vuol dire che ho delle speranze? Siamo una famiglia unita.

Io sono suo marito. Sono meccanico e per fortuna questo lavoro lo posso fare anche qua dove siamo con la mia famiglia. Nella nuova casa, per ora che i bimbi sono​ piccoli, stiamo bene.

Noi siamo le figlie, ci piace prenderci cura del fratellino. Andiamo a scuola a qualche chilometro di distanza. Non abbiamo molti amici in zona se non i nostri compagni di classe. Troppo piccole per ricordare ciò che era, ci stiamo rendendo conto di alcune situazioni. Siamo piccole e non stupide. Come tutti.

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Io sono un volontario. Sono arrivato da un paio di giorni. Ho incrociato gli occhi di migliaia di genti, parlato con altrettante. Come tutti. Come tutti ho una motivazione, un’opinione. Le migrazioni raccontano chi siamo, così come le nostre differenze. Ho deciso di partire per non confondermi fra il sentito dire. Ho ascoltato le voci di chi scappa dalla guerra e racconta il presente. La vita e la morte. Racconta problemi, speranze, il viversi insieme. Le persone sono solo persone. Gente che vuole lavorare, vivere in dignità con se stessi e le proprie famiglie. Faccio il volontario in una scuola. Faccio fare ai bambini il loro miglior mestiere, il gioco. Il gioco insegna responsabilità. Svago indispensabile. La guerra stordisce l’ordine naturale della vita. Nei loro rapporti ciò che ogni sorella o fratello maggiore avrebbe fatto. Ciò che ognuno di noi avrebbe potuto e può fare. La coscienza politica è un dovere. La comprensione dell’illegalità dei profitti che finanziano scelte politiche. La chiusura mentale e culturale è una scusante. Oltre la categorizzazione c’è l’esistenza.

L’indifferenza è una colpa.

Noi siamo una piccola grande comunità. Creiamo e costruiamo rapporti. Nel piccolo si fanno grandi cose. Il sorriso di un singolo bambino è la realizzazione del più importante degli obbiettivi umani. Sei tu a deciderlo. Sta a te scegliere di capire.

Munir Pinna

Published on: 19 agosto
Posted by: Matteo Mabilia