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Day 25 – Incontri

Guardo fuori dal finestrino della macchina che ci sta portando a visitare le famiglie e vedo un paesaggio diverso rispetto a quello che ho visto fino adesso. C’è ancora il deserto ma i colori sono più vivi. Vedo ulivi, qualche capretta nei prati e un paesaggio che risuona in me familiare.
Mi sento a casa e comincio allora a chiedermi come sarà la nuova famiglia che incontrerò, che storia mi racconterà e sono molto curiosa. Ci fermiamo un attimo, ammiro il paesaggio e attendo il momento dell’arrivo alla prima famiglia.

Siamo arrivati nella prima casa e veniamo accolti da una giovane donna, madre di tre bambine e due bambini. Per salutare solo noi ragazze stringiamo la mano. Ci fa accomodare in salotto servendoci del buonissimo caffè e cominciamo a fare una chiacchierata. Il marito non è presente perché è al lavoro, decora gli stipiti delle porte.

La donna è molto sorridente ma anche intimidita e tiene tra le sue braccia la bimba più piccola di tre mesi. L’atmosfera è calorosa. Ci presentiamo tutti, figli compresi e chiediamo se vanno a scuola. Studiano entrambi in una scuola gestita da Caritas Jordan e la materia che preferiscono è matematica. Cominciamo a chiedere come vivono la loro nuova vita, di come si trovano in Giordania.

Sono arrivati qui nel 2013 e hanno vissuto, come la maggior parte delle famiglie siriane, nello Zaatari Camp per quattro mesi dove la vita non era per niente semplice. Poi si sono spostati nella casa in cui vivono ora e in fin dei conti riescono a vivere con quel poco che hanno ci fanno capire di aver stretto delle buone relazioni con i vicini giordani. Finiamo di bere il caffè e ringraziamo. Ringraziamo per aver condiviso con noi la loro storia e il loro tempo. Andiamo alla macchina e per incontrare la seconda famiglia.

La casa è molto grande, saliamo le scale e sulla porta troviamo una signora. Era la mamma e ci fa accomodare in salotto. Entriamo nella stanza e vedo due ragazze giovani tra cui una incinta e mi sono chiesta subito quanti anni avesse. Poi vedo altri due bambini, uno che guarda la TV e l’altro che ci osserva attentamente. La stanza era molto grande e luminosa. Di fianco a me si è seduta la mamma e quasi di fronte il babbo.

Noto subito la difficoltà del padre nel parlare, non ci guarda negli occhi ed ha uno sguardo di soggezione. Una volta seduti ci osserviamo e poi cominciamo a parlare, ci presentiamo e anche i figli dicono i loro nomi e l’età.

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Durante la conversazione il babbo ci ha raccontato che quando era in Siria nei primi anni della rivoluzione è stato trovato per strada dall’esercito del governo. In seguito l’avevano imprigionato, picchiato e questo gli aveva provocato problemi gravi all’udito. Per questo motivo non è possibile per lui lavorare. I genitori hanno cominciato a raccontarci come sono arrivati in Giordania.

Sono scappati in macchina, ne hanno cambiate più di una e hanno fatto anche dei pezzi a piedi.  Ciò che sono riusciti a portare con loro sono stati solo vestiti e hanno passato il confine senza nessun documento. Ci hanno fieramente mostrato il loro documento dell’UNHCR.

Quello che mi ha colpito è la storia del più piccolo della famiglia, in realtà non figlio loro perché la sua famiglia è tutta morta in Siria dopo che le bombe hanno distrutto la loro casa. Hamzah è stato ritrovato tra le macerie all’età di tre mesi. L’hanno preso con loro e una volta arrivati in Giordania hanno dichiarato il bambino come loro. Lui, ora, ha solamente cinque anni e ancora non può capire cosa gli è successo. Il padre famiglia ci stupisce parlandoci di questo grande gesto d’amore.

È difficile mettersi nei panni di queste persone, solamente pensare alle parole che ci vengono dette mi fa sentire in colpa perché sono esperienze che nessun bambino dovrebbe vivere.

La conversazione va avanti fino a che non giunge l’ora di pranzo. Ci invitano caldamente a rimanere a mangiare con loro, ma non possiamo perché ci attende il resto del gruppo al punto base. Quindi ringraziamo e scendiamo le scale. Tuttavia, non appena usciamo dalla casa, con sorpresa ci invitano a sederci sui dei divani vecchi che sono posti nel giardino d’entrata e ci offrono dei fichi. La moglie, dopo questo atto di ospitalità, ci mostra anche contenta l’albero di fichi dimostrando che quelli offerti fossero i suoi. Con dispiacere, ci salutiamo e la donna mi bacia ripetutamente sulla guancia e mi accarezza teneramente il viso.

Dopo gli incontri ho sempre bisogno di un momento di riflessione, un attimo di tempo per pensare su quello che è stato detto. Rimango sempre molto scossa riguardo la storia che mi hanno raccontato, non ci si fa mai l’abitudine a questi racconti.

Inizialmente avevo un senso di impotenza perché non posso cambiare la realtà delle cose. Stavo soltanto ascoltando le parole che mi venivano dette. Ora invece ho preso consapevolezza: inizio a sentire le loro parole aprendo il cuore e capendo l’opportunità preziosa che mi è stata data con il poter partecipare a questa esperienza in Giordania. Vedo che le persone che ho conosciuto hanno il coraggio di raccontare la propria storia e lasciano trasparire la forza con cui sono andate avanti nei momenti difficili.

Mi sento testimone di qualcosa che è più grande di me come il trauma della guerra, il trauma di dover lasciare il proprio paese, vedere la propria casa distrutta, i propri amici e parenti morti e l’inizio di una nuova vita.

Nicoletta

Published on: 18 agosto
Posted by: Matteo Mabilia