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Day 24 – Incontri

La destinazione è il campo di al-Mafraq, di nuovo. Meglio: per me è la prima volta, mentre per gli altri che sono qui da più di due settimane e hanno già fatto il callo alle sabbie giordane, è la seconda volta, quest’anno. Poi ci sono i veterani, che sono stati qui anche negli anni passati e tornano a visitare le venti famiglie siriane che vivono nel campo e che sono sempre le stesse. Gente seria, rispetto a me. Percepisco una sorta di curiosità, sull’autobus che ci sta portando sul luogo: chissà come saranno cambiati i bambini, come invece i ragazzi, che facce avranno i loro genitori, dopo tanto tempo. Io che sono un novellino in materia, mi metto comodo e mi preparo allo spettacolo per la prima volta.

Ci sono le strade polverose e i mulinelli che spandono la sabbia portata dal vento. Ci sono le casupole messe in piedi coi mattoni cementati alla meglio, il tendone dell’UNHCR in disparte, e le capre e le galline che frugano sul terriccio arido in cerca di mozziconi di cibo dentro il loro recinto sgangherato. Poi arrivano. È una calca che ci investe come un’onda, un grande ritrovo che è anche una grande festa. Arrivano i padri con le vesti larghe e fresche, le donne che nascondono il viso con un velo sottile e i marmocchi che si attaccano alle gambe per dispensare abbracci. Sono un sacco di bambini e bambine, piccini e magretti come delle scimmiette sorridenti. Bene, penso guardando la scena contagiato da tutta sta allegria, mettiamoci al lavoro.

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Ci mettiamo al lavoro. Dobbiamo costruire questi aquiloni di carta velina. Allora costruiamoli, no? Ci mettiamo in cerchio solo dopo esserci divisi in tre gruppi per tenere a bada questi scalmanati. Noto subito che questi scalmanati saranno pure scalmanati, ma mica sono scemi, anzi. Occhio: ci posizioniamo in cerchio e ci sediamo. Solo che loro non si siedono, ma si abbassano col culetto acquattandosi al suolo. Gli unici che si siedono siamo noi, col risultato che ci impregnamo di sabbia tutte le braghe. Bene, deduco, abbiamo a che fare con degli ossi duri.

Abd el-Karim e Yosif si mettono di fianco a me per cominciare il lavoro. Il primo bisogna trattarlo con cautela: si tratta di un caso speciale, uno di quelli che per metterlo tranquillo devi caricare un dodici millimetri e sparargli un paio di cariche di indormia, come ai rinoceronti. Il secondo cerca visibilmente di venirmi incontro. È più tranquillo e cerca di studiare i nostri movimenti per capire il da farsi. Dico che cerca di capire i nostri movimenti perché fintantoché non ti trovi uno che parla arabo, non ci si capisce una mazza, e tocca spiegare come fare un aquilone a gesti. Io sono un impedito, perché la sabbia portata dal vento mi finisce tra lo scotch e le dita e allora apriti cielo. Poi anche Yosif perde la pazienza con me e si mette a fare l’ingegnere per dirmi, ciò, guarda che qui finiamo col fare un poccio, mica un aquilone. Finisce che facciamo il Titanic degli aquiloni: resiste la bellezza di una decina di secondi alla pressione del vento, dopodiché il tayyara – come lo chiamano i marmocchi – rovina al suolo. Quantomeno la cosa sembra divertire i bambini, che prendono ad accartocciarsi a vicenda le nostre piccole opere. Mai paura.

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Mangiamo pane e Nutella e parte l’assalto all’autobus che manco l’assalto alla Bastiglia. Poi entriamo a piccoli gruppi nelle casupole di mattoni cementati. Prepariamo insieme alle famiglie una grande piana di frutta a pezzettini con lo yogurt. Non la chiamo macedonia solo perché i siriani per primi non sono in grado di dire sta parola. Troppo difficile, mi dice il nostro traduttore mentre ci versa il chay nei bicchierini. Tra i bambini che preparano la fruttaapezzettiniconloyogurt sento subito che qualcuno di loro ha una tosse bronchitica, di quelle che ti vengono quando butti dentro ai polmoni troppa robaccia, tipo quella sabbia infida.

Beviamo il chay e ci mettiamo a parlare con il ragazzo che ci fa da traduttore. È un cristiano di Damasco, volontario Caritas. Porta due occhiali spessi e neri e rettangolari sopra gli zigomi alti e scolpiti.

Sentono ancora i rumori della guerra, sapete, mi dice ad un certo punto.

Immagino, sì, rispondo. D’altronde non è facile dimenticare certe cose.

No, non hai capito, mi spiega il nostro uomo. Sentono ancora i rumori della guerra perché le bombe cadono su una città a venti chilometri da qui, la prima oltre il confine.

Aggrotto le sopracciglia. Pur stando sotto la penombra della casupola rivedo la distesa di sabbia che si spandeva finché non eri stufo di guardare. Il pensiero che ad un certo punto, su quella sabbia, si distendeva una linea retta piazzata lì da un accordo segreto tra potenze occidentali più di un secolo fa, e che se uno ci avesse allegramente saltellato oltre sarebbe istantaneamente diventato passibile di beccarsi un razzo in testa prima di rendersene conto, diciamocelo, faceva un po’ impressione. E il pensiero di essere a meno di venti chilometri da uno dei conflitti più cruenti del mondo contemporaneo, beh, questo ti faceva aggrottare le sopracciglia.

Ma dimmi un po’, tu, chiedo al ragazzo, perché ti sei messo in testa di fare volontariato con Caritas?

Lui ci guarda da dietro i suoi occhiali spessi e neri. Lasciami spiegare una cosa, incomincia. Sono arrivato qui dopo che nel mio paese è scoppiata la guerra. Ho studiato in due università, a Damasco e ad Amman. Non è una cosa che ho deciso, quella di lavorare con Caritas. È solo che devo aiutare il mio popolo, capisci? È normale. Perché non dovrei aiutare il mio popolo, io che sono siriano? Ecco: lavorare qui con Caritas significa essere ancora siriano. Questo mi fa felice.

Lo ringraziamo per queste e per tante altre sue parole.

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È sera e qualche sparuta luce scivola di fianco agli autobus. Siamo diretti a Kerak, la città del castello crociato. Appena qualche mese fa le stradicciole della vecchia medina erano state prese d’assalto da una cellula Daesh che era stato scovato dalle forze di sicurezza giordane. Era andata più o meno così: mentre si preparava il suo chay in tranquillità in cucina, un tizio della cittadina aveva cominciato ad annusare degli strani odori che venivano dal piano di sotto. Questo aveva chiamato gli sbirri e gli sbirri avevano scovato gli uomini dello Stato Islamico che fabbricavano bombe in casa. E allora scoppia il casino. Quando questi si erano messi al riparo dall’assalto dei poliziotti all’interno delle mura, nella piccola cittadella crociata, ecco il colpo di scena: più di qualche civile s’era messo ad aiutare le forze giordane a stanare gli uomini Daesh. Il tutto aveva portato purtroppo a ben dieci morti. Insomma, credo che la maggior parte del gruppo sia stato all’oscuro della questione, altrimenti più di qualcuno si sarebbe messo lì a chiedersi se fosse stato il caso di andarci. Ad ogni modo, anche io mi ero sorpreso mentre toccavo ferro.

Il deserto giordano è oscuro, qualche luce scivola di fianco al bus, distante. Raggiungiamo Kerak in tarda serata, ma proseguiamo fino a un piccolo grumo di case. Il piccolo grumo di case si chiama Adir e trascorreremo qui i prossimi giorni. Mentre scendo ripenso alle strade polverose e ai mulinelli di sabbia appena di là del confine. Sentono ancora i rumori della guerra, sapete, li sentono ancora.

Zan

Published on: 17 agosto
Posted by: Matteo Mabilia