dsc_6230

Day 23 – Incontri

La mia giornata comincia alle quattro e mezza di mattino, quando bruscamente mi alzo cercando di contenere un fiotto di sangue che mi cola improvvisamente dal naso.
Nonostante tutto sono comunque grata per questa sveglia un po’ insolita. Quando torno sul tetto gli altri (per fortuna) non si sono svegliati, qualcuno mugugna leggermente, avviluppato tra le lenzuola. Mentre aggiro cautamente i materassi stesi a terra sul cemento, parte il canto del muezzin, il primo della giornata. Non è la prima volta che l’ascolto eppure c’è una sostanziale differenza da quello trasmesso dagli altoparlanti in aereoporto e quest’eco magnetica che mi accorgo, girando sulla terrazza, proviene da un minareto poco distante e si sparge sulla città trasportata dalla brezza fresca. È solo allora che mi rendo conto che sono effettivamente qua, in Giordania, in un mondo completamente nuovo a cui forse dovrei stare attenata ad affezionarmi troppo presto. Resto ad ascoltare appoggiata al corrimano, completamente rapita ancora parecchi minuti, fino alla fine.

Non sento stanchezza ma solo un’inquietudine strana che mescola la mia curiosità impaziente, di chi è pronto a osservare tutto con gli occhi di che vede le cose per la prima volta, con il leggero timore di poter fraintendere qualcosa che per me è ancora troppo diverso.

j70a9875-2

Timori insensati, appena varco il portone dell’Informal School ed entro in classe non ho più nemmeno più tempo di pensare, in una frazione di secondo mi rendo conto che l’allieva sono io, ho da imparare molto sia dai bambini sia dai miei compagni che sono qui da molto più di me. Niente parole, le uniche che condividiamo sono: one, two, three… eleven, twelve and thirteen, che quello insomma, lo stiamo ancora imparando. Ci capiamo lo stesso a sorrisi e a gesti, una bambina dagli occhi petrolio, incredibilmente scuri e profondi allunga un ditino e mi colora la punta del naso di tempera rossa, poi prende gli occhiali di Matteo, se li mette e mi indica poi portardosi il palmo al petto: ora siamo uguali, abbiamo entrambe gli occhiali.

Alla fine dell’ultima ora mi accascio contro il muro, stanca ma soddisfatta, soddisfatta della voglia da ambo le parti di stare insieme e imparare l’uno dall’altra nonostante io non riesca a pronunciare nemmeno i loro nomi e ci separino centinaia di km. La possibilità di costruire qualcosa c’è, basta la volontà.

giordania-2

Il nostro pulmino giallo passa a prenderci all’una, osservo Amman dal finestrino e mi stupisco ancora, le case squadrate, costruite accatastate disordinatamente una sull’altra, le macchine parcheggiate in doppia fila e le lucette di natale dei negozi che a quanto ho capito qui sono accese tutto l’anno.

Il pomeriggio l’andazzo è:
Zan: “12 verricale: in uomo senza fegato… cos’è?!”
Felix: “Morto?”
Pinna: “Aspettate, ma noi uomini abbiamo solo un fegato, giusto?”
e un urlo di terrore proveniente dalla camera della Otta, dieci minuti dopo riunione di famiglia, è ufficiale che i pidocchi potrebbero averceli tutti ormai e il panico generale dilaga.

La giornata finisce come sempre intorno alla shisha e io che sono qui da appena due giorni già mi sento un po’ più a casa.

Sofia

Published on: 16 agosto
Posted by: Matteo Mabilia