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Day 19 – Pensieri

“Sono felice. Ho visto tanto dolore e tristezza, ma anche speranza e voglia di andare avanti. Ho visto la gioia in alcuni bambini nel poter avere un pallone con cui giocare, ma in altri ho visto anche il vuoto, un vuoto che nessuno di noi può colmare. Mi sono vista riflessa negli occhi di chi non conosco, e ho visto sorrisi: non perché avessero capito qualcosa di me, ma per il semplice fatto che fossi lì. Sono felice come forse mai in vita mia, e non me lo aspettavo. Sono felice perché questo viaggio non è una parentesi ma un inizio. Ho trovato una strada, la mia strada. Sono felice perché mi sento nel posto giusto al momento giusto, sotto ogni punto di vista. Sono felice perché ho conosciuto persone che pur non avendo niente mi hanno dato tutto. Sono partita per venire in Giordania spogliandomi del superfluo, e ho trovato ad aspettarmi un amore sincero e genuino, un amore che noi ormai non siamo più abituati a vedere: c’è amicizia, c’è rispetto, c’è ammirazione. C’è la consapevolezza di poter fare la differenza. C’è la voglia di tornare a casa e fare di più.
Sono felice. Ora tutto questo fa parte di me.”
– Elena

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“Cerco di riempirmi gli occhi di questo posto che è stato la mia casa per venti giorni. Mi guardo intorno malinconica, gli addii mi trovano da sempre incapace. Ieri ho incontrato Tahany, ha pochi anni più di me, 32, e ha gli occhi ancora capaci di brillare. Prima di cominciare a correre verso il buco nel filo spinato che la separava dalla libertà e dal marito ha detto ai suoi figli di correre più veloci che potevano e di non guardarsi mai indietro. Tahany ha gli occhi ancora capaci di brillare, è tra i baciati dalla buona sorte, è arrivata la chiamata, si va in America a ricominciare. Ha l’aria di un lieto fine, ma non lo è, so che non lo è. L’America è lontana, migliaia di chilometri dalla sua terra, genitori e affetti, i begli occhi pieni di lacrime. Tahany è sintesi dell’essenza di questo mio viaggio: la resilienza dell’essere umano, la forza della donna, il coraggio della mamma, la capacità di emozionarsi ancora di una bambina e la fiducia nel raccontarsi a sconosciuti. Lascio qui in Giordania, tra i banchi delle scuole e la tappezzeria con la trama a fiori nelle case dei rifugiati, la presunzione di poter trovare facili soluzioni e la trovo la complessità della speranza. Mi porto via la profondità umana dei miei compagni di viaggio, la generosità delle interazioni e la voglia di non smettere mai di fare domande, di lasciarsi sorprendere dalle risposte. Le persone non sono documenti sbagliati, non sono religioni, non sono un gioco-forza politico. Mi porto via la responsabilità di provare ad abbattere ogni muro di pregiudizio e disuguaglianza che troverò sulla mia strada, con ogni mezzo. Shukran.”
– Marica

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“Ritorno, tanti pensieri, tanto da fare, tanto da mettere in ordine, con il mal di pancia. Il peso dei racconti ci è sul cuore, spinoso, e ci vorrà tempo per non pungersi più. Ma mi serve, ci serve pensare, a quei sorrisi, alle lacrime, a quei racconti che ti incidono l’anima… Da Hanan che è scappata tra i mirini dei cecchini, con i suoi 2 figli per mano, ad Hassan che ha perso tutto, e dice sorridendo, nella sua capanna, di avere tutto…  e li voglio ringraziare per avermi aperto gli occhi, per avermi fatto sentire in colpa con me stesso; perché con una parte del loro dolore dentro, cercherò di portare a voi, che state leggendo, i loro occhi e le loro parole, sperando un giorno di non dovervi più raccontare nè di loro, nè di altri.”
– Marco

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Published on: 12 agosto
Posted by: Matteo Mabilia

Photo Credits: Agnese Centomo