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Day 10 – Incontri

Ci svegliamo ad Amman. Oggi ci aspetta la visita a uno dei centri Caritas che si occupa di assistenza sanitaria e umanitaria. Il polo è dedicato esclusivamente a giordani, siriani e iracheni. Durante la visita siamo accompagnati da Deena, operatrice Caritas. Ci spiega che la struttura si divide in tre blocchi: il Medical Services Center, dove i pazienti si recano per sbrigare le pratiche burocratiche; la Clinica, dove i medici effettuano visite e tengono lezioni di sensibilizzazione sulle malattie croniche; il polo di assistenza umanitaria e socio-psicologica per i rifugiati siriani, in cui vengono forniti buoni pasti e altri sussidi economici per le famiglie in difficoltà. Dalle parole di Deena traspare l’orgoglio e la gratificazione che prova nel portare avanti questa attività. Nelle sale d’attesa notiamo la presenza di numerose donne e bambini. La maggior parte degli uomini, invece, lavora e lo fa “in nero”, visto che l’autorizzazione per lavorare in regola ha un costo che pochi si possono permettere. Così, un sistema creato per preservare il posto di lavoro dei locali si trasforma in una fabbrica di illegalità.

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A metà mattinata ci spostiamo verso la scuola informale per bambini siriani di Greek Catholic School, un quartiere della capitale. Divisi nelle classi, assistiamo alle lezioni di arabo, matematica e inglese. Le insegnanti cercano di coinvolgerci e, con qualche difficoltà, impariamo i numeri in arabo e qualche lettera dell’alfabeto. Anche i bambini ci aiutano e ci prendono in giro per la nostra strana pronuncia.

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Il pomeriggio, stanchi, ne approfittiamo per ricaricare le batterie.

A cena siamo ospiti di Abouna Wissam, nella parrocchia di Jabal Amman. A tavola, assieme a noi, siedono ragazze e ragazzi giordani e iracheni. Ci parlano dei loro piatti tipici e ci cantano qualche canzone tradizionale. Con Carol e Dalia ci confrontiamo sulla libertà delle donne in Medio Oriente: qui, ci spiegano, le donne non possono fare tutto quello che vogliono, ma a loro sta bene così, anzi, in un certo senso si sentono protette da un sistema di tradizioni così forte che se anche dovessero trasferirsi in Europa non abbandonerebbero. Ci rendiamo conto di quanto sciocco e presuntuoso sia, a volte, l’atteggiamento di noi europei tanto da sfociare al paradosso della “costrizione alla libertà”.

“Quando ho a che fare con un siriano sento il suo bisogno di tornare alla terra di appartenenza e ricostruirla. Con gli iracheni è diverso, loro preferiscono ricominciare altrove”

 Deena, operatrice Caritas

Federico e Marianna

Published on: 3 agosto
Posted by: Matteo Mabilia