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Come i Rami degli alberi

La settimana scorsa abbiamo avuto la grande possibilità di guardare la realtá con gli occhi di chi è sceso in piazza Tahrir  in quel gennaio 2011 e di chi ha scelto di restare nella sua terra per cercare di cambiare le cose. Che le parole di Ramy, proprio come fanno i rami degli alberi, arrivino il più lontano possibile. Grazie Ramy e grazie a @MatteoArzenton di @RumorMagazine per aver trovato le parole giuste per raccontare questa storia.

COME I RAMI DEGLI ALBERI

A dispetto di quello che spesso essa stessa mi porta a credere, sembra che la dea Tecnologia ogni tanto abbassi lo sguardo sulla Terra per assistere qualche umano meritevole. Di certo mi era necessario un contributo divino: una conversazione di gruppo su Skype che prevedesse un membro collegato dal Cairo non è cosa da tutti i giorni, almeno per il sottoscritto. Grazie ai ragazzi di Non Dalla Guerra e a Ramy ho potuto per qualche ora chiudere (sbattendolo) qualche straripante cassetto della mia mente per aprirne qualcun altro, troppo vuoto, che spesso mi scordo addirittura di avere.

Ramy

Invece Ramy (“come i rami degli alberi italiani”, ci aiuta) è un trentenne egiziano che i ragazzi di Non Dalla Guerra hanno conosciuto durante uno dei loro viaggi in Egitto. Ingegnere biomedico con una laurea magistrale italiana, ora lavora al Cairo in un’associazione benefica e per fortuna parla la nostra lingua in maniera davvero invidiabile, cosa da non sottovalutare per una conversazione dai contenuti della nostra.

Non Dalla Guerra l’ha contattato nei giorni scorsi per chiedergli di raccontare a ragazzi poco più giovani di lui qual è la situazione odierna dal punto di vista politico e sociale nel suo Egitto, alla luce soprattutto di un fatto che ha scosso sicuramente più di altri l’opinione pubblica italiana: la morte di Giulio Regeni. Io ho avuto la possibilità di assistere ad una conversazione di due ore che ho deciso semplicemente di “trascrivere”.

Ramy di tutto ciò ce ne può parlare con cognizione di causa: anche lui era tra i 20 milioni di persone che tra il 25 ed il 28 gennaio del 2011 sono scesi nelle strade del Cairo per esprimere la loro frustrazione e delegittimare il trentennale regime del presidente Mubarak. Per il popolo egiziano quello fu il primo passo di un lungo processo di cambiamento che forse non si è ancora concluso.

Giusto per ricapitolare: Mubarak, in seguito alle sollevazioni popolari e alle pressioni politiche, si dimise ed il governo provvisorio dell’Egitto passò nelle mani del feldmaresciallo Tantawi. Tra maggio e giugno 2012 si svolsero le prime elezioni presidenziali democratiche del paese, che portarono alla vittoria il leader del Partito Libertà e Giustizia (“Fratelli Musulmani”, fautori della rivolta del 2011) Mohamed Morsi. Nel 2013 egli venne destituito a sua volta, in un’ondata successiva della rivoluzione, dopo che aveva posto in essere una sorta di “colpo di stato costituzionale”. L’esercito, tuttavia, dopo aver sedato le rivolte che hanno cacciato Morsi, tenne il potere nelle proprie mani tramite la figura dell’attuale presidente Al Sisi.

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Le armi giovani

La nostra conversazione ha il via: i piccoli riquadri con le nostre facce si immobilizzano e ammutoliscono, mentre quello di Ramy prende vita a mano a mano che lui ci racconta quel che ha vissuto in prima persona nel gennaio 2011.

“Quello di cui il governo, ed in generale le persone, non si era reso conto era il potenziale dei nuovi mezzi di comunicazione, primi fra tutti i social networks come Facebook e Twitter. I potenti  tutto ad un tratto hanno realizzato che non avevano a che fare con giovani interessati soltanto al calcio e alle belle donne, ma con una generazione pronta a lottare per il cambiamento, ad usare le armi di cui poteva servirsi per costruire un futuro diverso.

Le prime manifestazioni di dissenso per cui scendemmo in piazza ebbero luogo dal 25 al 28 gennaio. Il venticinque era un martedì, ed era il giorno in cui cadeva la festa della polizia egiziana. Scegliemmo apposta una giornata come quella, come atto di scherno, di rottura. Si era creato un evento su Facebook per diffondere la cosa. La sera prima il governo interruppe le linee telefoniche e ci impedì di usare internet ma le manifestazioni ebbero luogo comunque ed “esplosero” nel weekend successivo”.

La mia ferita è quella dell’altro

Ramy ricorda bene le difficoltà di quelle giornate passate nelle strade della sua città, così come il senso di coesione che spingeva i giovani a farsi forza l’un l’altro.

“Mentre eravamo nelle piazze e nelle strade a resistere contro la repressione delle forze di polizia gridavamo tutti insieme <<Ahi, ahi>>, non per un’allucinazione collettiva di dolore ma per condividere la fatica di quello sforzo. A dire il vero soffrivamo delle fitte di un certo tipo di male: esso proveniva da una grande ferita che ci univa tutti, in senso metaforico ovviamente. La mia ferita, quella che per anni aveva lacerato i miei diritti e le mie libertà, quella che mi doleva tutti i giorni, era la stessa ferita degli altri! Anche per questo in strada si era responsabili di chi ci stava accanto, anche se non lo si conosceva”.

Un chierichetto con la maschera da sub

Ramy non si dimentica di condividere con noi qualche aneddoto, che a distanza di anni dall’apprensione di quei giorni, nella sua drammaticità ci fa sorridere.

“I ragazzi tunisini (quelli della Rivoluzione dei Gelsomini, di poco precedente ai fatti del Cairo) per fortuna ci avevano insegnato qualche trucco per difenderci dalle cariche della polizia e dagli altri metodi di repressione. Io, per esempio, portavo gli occhiali e per proteggerli quando mi trovavo in strada indossavo una maschera, come quelle da sub, avete presente?

Una volta indossai addirittura la mia veste di chierichetto (Ramy è cristiano copto) ma quello fu per un altro motivo: in Egitto, purtroppo, sulla carta d’identità abbiamo scritta anche la religione di appartenenza. Quando si controllava chi accedeva alle manifestazioni in piazza, per cercare di tutelarci da infiltrazioni varie, i musulmani si lamentavano della scarsa adesione dei cristiani. Essi, in effetti, così come le altre minoranze religiose, erano formalmente protetti dal governo proprio in quanto minoranze. Per dimostrare che anche noi cristiani volevamo dare un contributo alla causa, un giorno decisi di indossare la mia veste di chierichetto. Quando mi videro rimasero tutti a bocca aperta”.

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Due facce della stessa moneta

A questo punto chiediamo a Ramy di dirci come stiano le cose ora in Egitto.

“Morsi (Fratelli Musulmani) prima ed Al Sisi (potere militare) poi, erano state vicendevolmente considerate due figure valide per la guida del paese. Il problema dell’Egitto è che si regge da sempre sulla dualità  tra due poteri, quello teocratico e quello militare, che sono evidentemente uno la ragione d’essere dell’altro. Dopo aver passato trent’anni con Mubarak avevamo capito che era giunto il momento per noi “civili” di prendere in mano le sorti del paese. Purtroppo però, come abbiamo sperimentato, anche il potere di stampo teocratico dei Fratelli Musulmani ha acquisito ben presto delle prerogative dei militari, fino all’esito che conosciamo. Per l’Egitto servirebbe qualcosa di diverso da entrambi”.

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40 000 Regeni

Chiediamo a Ramy di esprimerci il suo punto di vista sul caso che ha indignato l’opinione pubblica italiana negli ultimi mesi ed incrinato i rapporti diplomatici tra i nostri due paesi: la vicenda di Giulio Regeni, il giovane ricercatore italiano ritrovato morto il 3 febbraio sul ciglio dell’autostrada che collega Il Cairo ad Alessandria.

“Ovviamente io non posso sapere di preciso come siano andati i fatti. La cosa che so per certo è che in Egitto abbiamo quaranta mila “casi Regeni”. Questo non significa che abbiamo smesso di indignarci o di soffrirne ma che in qualche modo questi avvenimenti orribili non ci stupiscono più. Quello che invece ha stupito noi egiziani, che viviamo in un perenne stato di “sorveglianza speciale” e intimidazione, è stata la richiesta inviata dall’Italia per poter avere le sue conversazioni telefoniche: in Egitto addirittura esiste un programma televisivo,“La Scatola Nera”, che ha come scopo quello di infangare la reputazione di attivisti e politici attraverso la messa in onda delle loro telefonate private!

Nel periodo in cui è morto Giulio sono morte anche altre cinque persone per motivi che molto probabilmente sono gli stessi di quelli della tortura e dell’omicidio di Regeni, ma io non ne ricordo nemmeno i nomi: questo può farvi capire la situazione in cui ci troviamo oggi. Il messaggio che mi dispiacerebbe passasse in Italia è quello dell’indifferenza, o ancor peggio della connivenza, del popolo egiziano verso la vicenda di Giulio”. Particolarmente significativa è questa foto scattata durante la manifestazione di venerdì scorso al Cairo, ritrae una donna con in mano una foto di Regeni e con scritto”per il diritto di Regeni, per il diritto dei cinque che sono stati uccisi nel suo stesso caso e per tutti i martiri”.                                                  

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Mana’a Thakafia

Sono passate quasi due ore e purtroppo dobbiamo chiudere. L’ultima cosa che ci va di chiedere a Ramy si configura come una domanda generalissima e quasi scontata: “Che cosa ti aspetti per il futuro del tuo paese? Quali sono le cose che credi si possano fare per proseguire nel cammino iniziato nel 2011?”. Nonostante la domanda vaghissima e i mille orizzonti su cui poteva sconfinare la sua risposta, Ramy riesce ancora una volta a stupirci:

“Quello che mi auguro e mi aspetto per il mio paese è racchiuso in un concetto che prende il nome di Mana’a Thakafia (trascritto in lettere latine) traducibile come <<immunità culturale>>. Avete presente l’immunità che sviluppa l’organismo umano per difendersi dagli agenti patogeni? Il popolo egiziano ha bisogno dello stesso tipo di protezione, che non può che venire dalla cultura. Anche per questo ho deciso di tornare in Egitto dopo essere stato per due anni in Italia: penso che mettermi al servizio del mio paese sia la cosa migliore che io nel mio piccolo posso fare”.

Appena concludiamo la conversazione e spegniamo il pc, avverto uno strano senso di pesantezza e paradossalmente ne sono felice: ho riempito un cassetto. Dunque, assieme agli altri ragazzi che hanno ascoltato Ramy, decido immediatamente di scriverne perché mi piacerebbe che un grande numero di persone potesse leggere, qui in Italia, le sue parole.

Se sono arrivate fino a me, si possono sicuramente diffondere ancora perché anch’esse, per natura e senso di appartenenza, sono un po’ come i rami degli alberi.

 

di Matteo Arzenton

Published on: 23 aprile 2016
Posted by: Matteo Mabilia