Rotta balcanica: continuano respingimenti e violenze

Rotta balcanica: continuano respingimenti e violenze

Le violenze sulla rotta balcanica sono sistematiche e reiterate, documentate dalle numerose organizzazioni internazionali e ong attive con progetti a sostegno dei migranti che attraversano a piedi l’Europa centro-orientale, così come dai giornalisti che seguono i migranti per un tratto del loro percorso, che da tempo raccontano le coercitive modalità di respingimento da parte della polizia slovena, croata, ma anche italiana al confine Orientale.

I violenti respingimenti non sono una novità, come ci racconta Giovanni Marenda, membro del Collettivo Rotte Balcaniche Alto Vicentino, ma quello che complessifica ulteriormente l’attuale situazione delle migliaia di migranti fermi in Bosnia è l’inverno.

Le rigide temperature sotto zero, così come le continue nevicate stanno infatti mettendo a serio rischio la vita delle persone forzate, dopo l’incendio del campo profughi di Lipa, il 27 dicembre scorso, a cercare un riparo di fortuna tra i boschi e i monti al confine nord della Bosnia Erzegovina.

Le autorità locali continuano a respingere le decisioni del governo bosniaco per il ricollocamento dei migranti in una ex fabbrica di Bihac, cercando di allestire invece delle tende di fortuna e alloggi, ma senza gestire seriamente la crisi.Da parte sua l’Oim ha denunciato nei giorni scorsi di ritirare il personale se la situazione non cambia.

In questo contesto, il Collettivo Rotte Balcaniche Alto Vicentino ha organizzato una raccolta di indumenti, cibo e farmaci da portare ai confini bosniaci entro fine gennaio. Vi invitiamo, dunque, a seguire qui le loro attività e a dare una mano se possibile.

Ci sentiamo inoltre di condividere la loro rilfessione che accompagna l’invito a raccogliere beni necessari: “gli aiuti li portiamo perché speriamo che le persone in movimento riescano a raggiungere i loro obiettivi; perché crediamo che ogni persona sia libera di muoversi soprattutto quando scappa da guerre, persecuzioni, carestie e devastazioni ambientali. Il nostro raccogliere aiuti non è un atto di carità, è un atto di resistenza. Resistenza ad una Unione Europea che attraverso Frontex finanzia i chilometri di filo spinato della Slovenia e la sadica polizia croata. Prima di tutto chiediamo l’apertura delle frontiere, chiediamo la fine di questa strage silenziosa e l’apertura, almeno, di corridoi umanitari.”