Tensioni nel Kurdistan iracheno

Tensioni nel Kurdistan iracheno

Cominciate agli inizi di dicembre nel Kurdistan iracheno continuano le proteste che, nel governatorato di Sulaymaniyah, hanno portato numerose persone in piazza per denunciare gli stipendi non pagati ai dipendenti pubblici, la delicata situazione economica e il sistema amministrativo del governo regionale, principalmente tribalista e corrotto. 

Per disperdere la folla, polizia e forze di sicurezza hanno attaccato i manifestanti con gas lacrimogeni e proiettili di gomma, ma questo non ha fermato lo svolgersi delle proteste, cadenzate dal grido “Manifesteremo una rivoluzione civile”.

A seguito della risposta da parte delle forze dell’ordine sono molti gli attivisti, i manifestanti e i giornalisti rimasti feriti e, tra gli arrestati, pare vi siano anche 12 membri del Teachers Council, principale organizzatore delle proteste. Le vittime principali della mancata erogazione degli stipendi sono proprio gli insegnanti attivi nella zona meridionale della regione autonoma del Kurdistan in Iraq. 

Se in un primo momento il premier Masrour Barzani (Partito Democratico del Kurdistan) aveva affermato che gli stipendi sarebbero stati erogati di lì a pochi giorni, per evitare un’intensificarsi delle proteste, dopo una settimana le proteste a  Sulaymaniyah continuano. Secondo ANF i manifestanti hanno fatto sapere che non si aspettano riforme da “ladri e autorità corrotte, quindi oggi annunceremo una rivoluzione civile fino alla presa del potere”.

Dalla sola Sulaymaniyah le proteste sembrano essersi accese anche in altre città del governatorato curdo, come Derbendixan, Sharezur e Chamchamal. In quest’ultima, il 7 dicembre diversi manifestanti sono rimasti feriti e un ragazzo di 16 anni è morto a seguito di una ferita da arma da fuoco durante le manifestazioni, come riportato da Sherif Rahim, portavoce della direzione della salute di Chamchamal

Tra il 6 e il 7 dicembre i manifestanti hanno attaccato e dato fuoco a diverse sedi del PDK, guidato dalla famiglia Barzani, del Partito di Unione Patriottica del Kurdistan, fondato il 1º giugno 1975 da Jalal Talabani e Nawshirwan Mustafa a seguito di una rottura col PDK di Barzani.

Adil Hassan, insegnante 43enne, ha dichiarato ad un corrispondente del Financial Times di aver ricevuto solo quattro mesi di stipendio quest’anno e di aver partecipato a dimostrazioni insieme ad altri suoi colleghi.  Riferendosi alle forze di sicurezza specifica: “sono violente, usano proiettili di gomma e lanciano gas lacrimogeni”, aggiungendo che è stato arrestato e costretto a firmare una dichiarazione che lo obbligava a smettere di protestare.

 

“Queste proteste sono il risultato del deterioramento della situazione di vita”, ha detto Hassan, giurando di voler continuare a scendere in piazza, “Non sono solo rivolte”. La difficoltà maggiore, nel parlare di tutto questo è data dal fatto che il governo curdo ha vietato ai giornalisti di coprire le proteste, pena l’arresto o altre sanzioni. Nonostante la libertà di stampa sia garantita sulla carta in Kurdistan, nella pratica i principali media sono affiliati ai partiti più influenti, detentori di potere economico e politico nella zona. La sede del canale NRT, ad esempio, è stata circondata dalle forze di sicurezza verso le 2 di notte di lunedì 7 dicembre

A confermarci tutto questo è Omar (nome fittizio), attivista dei diritti umani iracheno che, chiedendoci di rimanere anonimo per sicurezza, ci ha raccontato anche la grande difficoltà nell’accedere a internet: «Ti dico solo che nessuno può scrivere nulla su quello che accade qui. È molto pericoloso scrivere qualcosa sui social o parlare con qualcuno della situazione e delle proteste».

L’8 dicembre il giornalista e ricercatore Rebaz Majeed ha tweetato: “Le autorità del Kurdistan iracheno stanno chiudendo Internet, per impedire l’ulteriore continuazione delle proteste antigovernative”. Il fatto è stato confermato dall’ong Tech 4 Peace, attiva per frenare la diffusione della violenza e del terrorismo segnalando siti web e pagine di social media che diffondono notizie false o di propaganda, e dall’osservatorio digitale NetBlock, che ha documentato il blocco di traffico nella zona di Sulaymaniyah.

La speranza è che le riforme, chieste a gran voce dalla società civile, vengano attuate e che la politica di potere tribale tra i principali gruppi di potere venga sostituita da un sistema che metta al centro di diritti dei cittadini. Nel frattempo, non possiamo che supportare il punto di vista di Omar, che chiede al governo e alle forze di sicurezza di cessare le violenze sui manifestanti. «La chiusura degli uffici di NRT per aver coperto le proteste è un fatto grave – ci dice Omar -. La situazione poteva risolversi se all’inizio delle proteste i partiti mantenevano il patto di ricominciare a pagare gli insegnanti e i dipendenti pubblici, ma ora che le proteste si intensificano e sono state attaccate le sedi dei partiti la situazione potrebbe degenerare velocemente».