Tel Aviv si prepara a nuove annessioni in Cisgiordania

Tel Aviv si prepara a nuove annessioni in Cisgiordania

Con l’entrata in carica del “nuovo” governo israeliano di emergenza nazionale guidato per i prossimi 18 mesi da Benjamin Netanyahu e per i 18 mesi a seguire da Benny Gantz, cresce la tensione tra Israele e Palestina. Affrontiamo questo tema grazie al contributo di Francesco Petronella, giornalista ed esperto di Medio Oriente.

 

 

Dopo oltre un anno di stallo e tre elezioni andate a vuoto, la settimana scorsa i deputati della Knesset hanno approvato un governo “staffetta” per i prossimi tre anni. A causare l’impasse l’irremovibilità di Netanyahu nel rifiutarsi di fare un passo indietro nonostante sia imputato per corruzione. Con la diffusione della pandemia Gantz – che si è sempre opposto a un governo in condivisione con il primo ministro più longevo della storia d’Israele – ha ceduto al governo “staffetta” perdendo, però, metà dei deputati del suo partito Blu-Bianco.

Proprio in questi giorni è iniziato il processo contro Netanyahu che, nonostante i capi d’accusa, può rimanere in carica in quanto la Corte Suprema israeliana ha stabilito che l’imputazione per frode e corruzione non è da considerarsi un ostacolo alla sua leadership. Oltre ad affrontare le conseguenze dell’emergenza sanitaria ed evitare al premier di fare i conti con la giustizia, il nuovo governo ha tra i suoi scopi più imminenti l’annessione di parte dei territori occupati della Cisgiordania come previsto dal piano di pace proposto da Trump a fine dello scorso gennaio.

Ed è proprio dalle dichiarazioni di Netanyahu riguardanti le sorti del confine orientale della Cisgiordania che è scaturita la reazione del presidente palestinese Abu Mazen: «L’Organizzazione per la Liberazione della Palestina e lo Stato della Palestina sono da oggi svincolati da tutti gli accordi e le intese fin qui raggiunte con i governi americano e israeliano e da tutti gli obblighi previsti compresi quelli di sicurezza – ha detto Abu Mazen all’agenzia di stampa palestinese Wafa -. Le annessioni costituiscono gravi violazioni e crimini di guerra. Israele deve assumere gli obblighi e le conseguenze di Paese occupante sulla base del diritto internazionale e umanitario, in particolare per la Quarta Convenzione di Ginevra». Gli obblighi e  le conseguenze a cui fa riferimento Abu Mazen sono la responsabilità della sicurezza della popolazione civile, il divieto di punizioni collettive, dei furti di risorse, dell’annessione di terra e di trasferimenti di popolazione dal territorio occupante ai territori occupati. Abu Mazen, poi, ha fatto sapere di aver già informato la comunità internazionale che non rimarrà a guardare se Israele annuncerà ufficialmente l’annessione e che verrà presa qualsiasi decisione per salvaguardare i diritti del popolo palestinese.

La soluzione “Due Popoli, Due Stati”, sostenuta dalla comunità internazionale e dalla Santa Sede, quindi, sembra sempre più lontana. Sulla questione sono intervenuti anche il coordinatore speciale delle Nazioni Unite per il processo di pace in Medio Oriente, Nickolay Mladenov, che ha definito la reazione palestinese «un disperato grido d’aiuto».

In tutto ciò si inserisce il rapporto “Violenza e impunità in Cisgiordania al tempo del Coronavirus”, pubblicato pochi giorni fa, che sottolinea l’inerzia delle autorità israeliane nel prevenire la violenza dei coloni nei confronti del popolo palestinese e come questa contribuisca de facto all’annessione delle terre palestinesi. Nel solo 2020 (da gennaio al 27 aprile) in Cisgiordania – dove vivono quasi 3milioni di palestinesi e circa 400 mila coloni – sono stati registrati un totale di 233 attacchi violenti da parte di coloni israeliani contro civili palestinesi e le loro proprietà. In base al diritto internazionale il governo di Israele, in quanto potenza occupante, ha la responsabilità ultima di proteggere i palestinesi della Cisgiordania dalla violenza dei coloni israeliani nonché garantire che si faccia luce su tutti gli attacchi e che i responsabili rispondano delle proprie azioni. Stando ai dati dell’ong Yesh Din, però, il 91% delle cause per violenza da parte di coloni è stato chiuso a seguito di indagini senza presentazione di alcuna accusa. Tra le forme più frequenti di soprusi da parte dei coloni si annoverano intimidazioni, danneggiamento e incendi delle proprietà, furti e violenza fisica. Alcuni di questi crimini ideologici provocano morte, lesioni permanenti e disabilità.