Libia: continua l’escalation militare

Libia: continua l’escalation militare

Continua l’escalation militare in Libia. Nelle ultime settimane le truppe del governo riconosciuto dalla comunità internazionale e guidato da Al-Serraj hanno ripristinato il controllo sull’intera costa ovest fino al confine tunisino e hanno rotto l’assedio della capitale. Dall’altro lato le brigate del generale Khalifa Haftar nei giorni scorsi hanno lanciato dei razzi contro un quartiere residenziale di Tripoli uccidendo diversi civili. A fine dello scorso aprile Haftar, durante un discorso sul canale televisivo Al-Hadat ha annunciato di aver accettato “il mandato del popolo che mi ha chiamato ad occuparmi della gestione degli affari del paese in questa circostanza eccezionale”, aggiungendo che l’accordo di Skhirat che sanciva la creazione del governo di accordo nazionale “è morto” e promettendo di portare avanti i combattimenti per il controllo della Tripolitania.

Un’autoproclamazione a leader del Paese che, oltre a non essere legittima, come scrive Khalifa Abo Khraisse per Internazionale risulta come «una mossa che avrebbe avuto senso dopo aver vinto la guerra. Mischiando le carte e anticipando una simile dichiarazione, Haftar ha ammesso implicitamente di non essere in grado di risolvere il conflitto in poco tempo e che la perdita di altre città nella Libia occidentale è più probabile della conquista di Tripoli». Le parole di Haftar, quindi, suonano come un fallimentare tentativo di mettere in ombra le sconfitte militari subite nell’ultimo periodo, durante il quale Tripoli ha ripristinato il controllo su 3mila km quadrati del lato occidentale del Paese grazie ai droni e al sistema antiaereo forniti da Ankara. Dopo l’autoproclamazione, inoltre, Haftar avrebbe chiesto ai rappresentanti della Cirenaica di ricevere la delega per la guida politica del paese senza, però, ottenere risposta ufficiale.

In tutto ciò il ruolo della comunità internazionale, in questo momento, sembra indebolito dopo le dimissioni di inizio marzo dell’inviato Onu Ghassan Salamè, che non è ancora stato sostituito. Senza contare che la  missione navale Ue Irini per il controllo dell’embargo Onu sulle armi alla Libia sembrerebbe inefficace dal momento che le armi e le munizioni per rifornire le brigate di Haftar arrivano principalmente via terra e via aria.

In quella che è diventata una guerra per procura tra attori esterni, dall’inizio del conflitto secondo un rapporto pubblicato dall’Unsmil (la missione dell’Onu in Libia) nel primo trimestre del 2020 si è registrato un aumento del 45 per cento del numero di morti civili rispetto allo stesso periodo del 2019. Un conflitto spesso combattuto in zone densamente popolate e che ha portato alla distruzione di strutture civili come case, scuole, ospedali: luoghi protetti dal diritto internazionale umanitario, che non devono essere oggetto di bombardamenti o di utilizzo indiscriminato da parte delle forze combattenti.

ph: Amru Salahuddien, Xinhua/Zuma/Ansa