Un inferno di nome Moria e il pericolo del coronavirus

Un inferno di nome Moria e il pericolo del coronavirus

Moria, l’inferno greco simbolo delle fallimentari politiche europee sull’immigrazione. Un campo profughi pensato per 3mila persone arrivato a doverne ospitare più di 20mila. Abitato prevalentemente da migranti siriani in fuga dal conflitto tra l’opposizione e il governo di Bashar al-Assad che dura ormai da 9 anni.

Le persone vi arrivano sfinite, in fuga dalla guerra e ora anche dai raid punitivi organizzati dai gruppi di ultradestra nei territori del confine greco. Il 40% di quelli che vengono burocraticamente denominati come migranti sono minori non accompagnati che scoprono il mondo e l’ospitalità dell’occidente costretti a rovistare tra i rifiuti per cercare un po’ di cibo, mentre da Atene sono state sospese tutte le procedure di richiesta d’asilo. In un clima che nei giorni scorsi ha visto la polizia greca rimandare in Turchia i migranti siriani spogliati di tutto, vestiti e telefoni cellulari, spesso unico modo per rimanere in contatto con il resto della famiglia.

In tutto questo, nell’inferno greco dei migranti, si è verificato il primo caso di coronavirus. Filippo Grandi, alto commissario dell’Onu per i rifugiati, ha dichiarato che la risposta all’epidemia di Covid-19 «deve comprendere coloro che la società spesso trascura o relega a uno stato di marginalità. Altrimenti, fallirà. La salute di ogni persona è legata alla salute dei membri più emarginati della comunità». Ma a quanto pare il governo greco non ha messo in campo nessuna misura per fermare la diffusione della malattia.

Nel frattempo, come riportato da Annalisa Camilli, tutte le organizzazioni umanitarie chiedono il trasferimento immediato della maggior parte delle 38mila persone che si trovano sulle isole greche di Lesbo, Samos e Chios ed è stato chiesto agli stati europei di riattivare i canali di ricollocamento all’interno dell’Unione europea, come era avvenuto nel biennio 2015-2017.
Per Daniela Pompei, responsabile immigrazione della Comunità di sant’Egidio, ci si potrebbe appellare all’articolo 17 del regolamento di Dublino per avviare programmi di ricollocamento dei richiedenti asilo all’interno dell’Unione: «Nel dicembre 2019 la Comunità di sant’Egidio ha trasferito in Italia in questo modo 33 persone vulnerabili da Lesbo». In questa situazione, però, si è riusciti a trovare un accordo -tra Francia, Finlandia, Portogallo e Lussemburgo- per il ricollocamento di soli 1.500 bambini in condizioni vulnerabili, mentre l’accordo di Bruxelles con Ankara non ha subìto di fatto nessuna modifica, nonostante il comportamento sprezzante della Turchia che spinge da settimane i migranti ad ammassarsi sulla frontiera greco-turca.

Cosa potrebbe accadere se tutti quegli esseri umani schiacciati alle porte dell’Europa in condizioni disumane cominciassero ad ammalarsi? Proviamo, mentre in questi giorni rimaniamo chiusi nelle nostre case per obbligo e responsabilità, a immaginare con che violenza il virus potrebbe rapidamente contagiare le decine di migliaia di persone che già in condizioni normali hanno difficilmente accesso alle cure necessarie.

In cosa potrebbe trasformarsi ancora il campo di Moria, già teatro di numerosi suicidi proprio tra i minori per le condizioni di vita disumane all’interno di esso?

ph: Annalisa Camilli