Libertà per Patrick Zaky

Libertà per Patrick Zaky

È il 7 febbraio quando all’aeroporto del Cairo Patrick Zaky atterra con un volo partito dall’Italia. Studente del master “Gemma” in Studi di genere all’Università di Bologna stava tornando a casa, nella città di Mansura, per trascorrere le vacanze con la famiglia. Appena arrivato in Egitto, però, è stato prelevato e interrogato dai servizi segreti di sicurezza. Per oltre 24 ore è rimasto in isolamento, senza poter comunicare con l’esterno e senza poter ricevere un avvocato. Amnesty International dall’Italia denuncia che Patrick «è stato picchiato, minacciato, sottoposto a scariche elettriche e interrogato sul suo impegno da attivista».

Il 9 febbraio la procura di Mansura ha convalidato la detenzione preventiva per 15 giorni, fissando la prossima udienza al 22 febbraio. I capi d’imputazione nei confronti di Patrick sono: diffusione di notizie false che disturbano l’ordine sociale, incitamento a protestare per minare l’autorità dello Stato e incitamento alla destituzione del governo.

La colpa di Patrick pare sia quella di essere un difensore dei diritti umani e collaboratore dell’associazione egiziana Egyptian Initiative for Personal Rights (EIPR).In passato si è occupato di diritti delle donne, della comunità LGBT, della minoranza cristiana, dei diritti dei detenuti, delle violazioni dei diritti civili e politici in Egitto. «Come in altri casi, il rischio è che i reati imputati a Patrick si riferiscano in realtà a legittime attività di denuncia, di informazione, di commento pubblico o critica: alibi per legittimare una procedura del tutto illegale», denuncia sempre Amnesty International.

A mobilitarsi per il rilascio di Patrick, oltre alle varie organizzazioni per i diritti umani, anche il Senato Accademico bolognese e l’Unione Europea. Il Presidente Ue, David Sassoli, augurando che Patrick «venga immediatamente rilasciato e restituito agli affetti dei suoi cari e ai suoi studi» ha voluto ricordare alle autorità egiziane che «l’Ue condiziona i suoi rapporti con i Paesi terzi al rispetto dei diritti umani e civili». Secondo le dichiarazioni di Sassoli, lunedì 17 febbraio l’Alto Rappresentante Josep Borrel solleverà il caso dello studente egiziano di fronte al Consiglio degli Affari Esteri a Bruxelles.

In Europa le mobilitazioni pubbliche per il rilascio dell’attivista egiziano si stanno moltiplicando: dopo Bologna e Granada si aggiungono alla lista Milano e Berlino e pare che l’Università di Bologna farà da promotrice di un grande corteo nel capoluogo emiliano. Una mobilitazione che è importante a tutti i livelli e perciò vi invitiamo a cliccare su questo link e firmare la petizione lanciata da Amnesty che chiede libertà per Patrick.

I suoi genitori hanno dichiarato a mezzo stampa che il giovane «stava tornando a casa per festeggiare gli ottimi voti ottenuti», mentre ora i parenti sono costretti a vederlo in prigione per soli dieci minuti ed in presenza di un agente della polizia penitenziaria egiziana.

«Vogliamo soltanto che torni a casa», dichiarano la madre e il padre. «Patrick difende le sue libere opinioni, ma conosce bene i limiti. Siamo una famiglia pacifica, nostro figlio non ha fatto nulla di sbagliato e non è mai stato una minaccia o un pericolo per nessuno, anzi: ha sostenuto e aiutato molta gente. (…) Ha chiesto di studiare, vuole essere pronto per gli esami di marzo. La nostra speranza è questa sua forza». 

Nel frattempo Paola Deffendi e Claudio Regeni, genitori del ricercatore italiano ucciso nel 2016 hanno fatto sapere che stanno seguendo con attenzione la vicenda di Patrick, che «come Giulio, è un brillante studente internazionale e ha cuore i diritti inviolabili delle persone. I governi democratici dovrebbero preservare e coltivare la crescita di questi nostri giovani impegnati e studiosi e dovrebbero tutelarne in ogni frangente l’incolumità».

Non Dalla Guerra si affianca a Francesco Martone, portavoce della rete In Difesa Di, che denuncia come «l’Italia dovrebbe applicare le linee guida UE per le rappresentanze diplomatiche all’estero, che prevedono anche la visita nelle carceri dove è detenuto il difensore dei diritti umani in questione, oltre che il sostegno agli avvocati e alla famiglia. Annunciare di voler seguire il processo dopo che il difensore è stato sottoposto a torture a poco serve in questo frangente. L’ambasciatore italiano ha tutti gli strumenti a disposizione per intervenire attivamente anche in questa fase, e non attendere il fatto compiuto». «E vorrei anche ricordare che l’Italia oggi siede al Consiglio ONU sui Diritti Umani – ha aggiunto Martone – che per giustificare la sua candidatura aveva preso l’impegno di sostenere e appoggiare i difensori dei diritti umani. L’Italia, quindi, si dia una mossa senza aspettare altro tempo, dia indicazione precisa alla nostra ambasciata di andare e chiedere di visitare Zaky. Ora, per accertarsi delle sue condizioni e chiederne immediatamente la liberazione».

foto: ilrestodelcarlino.it

 

Con il pensiero che ritorna continuamente alla storia di Giulio Regeni, chiediamo con forza che i rappresentanti delle istituzioni seguano con attenzione la vicenda affinché i diritti fondamentali di Patrick Zaky non siano in alcun modo violati. Come associazione crediamo nella libertà di espressione, nell’importanza del pensiero critico, nella responsabilità e nell’impegno sociale. Ribadiamo ancora una volta, e non ci stancheremo mai di farlo, quanto sia necessario difendere con ogni strumento non violento i diritti umani