Crisi Iran-Usa e le conseguenze ignorate sulla società civile

Crisi Iran-Usa e le conseguenze ignorate sulla società civile

Con l’attacco americano del 3 gennaio scorso nei pressi dell’aeroporto di Baghdad, in Iraq, che ha causato la morte del generale Qassem Soleimani (comandante delle brigate Al Qods del Corpo speciale delle Guardie della Rivoluzione islamica, incaricato di svolgere operazioni dall’estero per conto della Repubblica Islamica dell’Iran) si è arrivati all’epilogo di una serie di tensioni che da anni contrappongono gli Stati Uniti e l’Iran.

In primo luogo la questione sul nucleare, con la decisione da parte di Trump, nel maggio 2018, di uscire dall’accordo siglato nel 2015 da Barak Obama allo scopo di limitare il rischio di proliferazione nucleare da parte dell’Iran. L’accordo prevedeva che la Repubblica Islamica, in cambio del rispetto degli impegni presi, ottenesse la cessazione delle sanzioni economiche imposte dagli Stati Uniti, dall’Unione Europea e dal Consiglio di sicurezza dell’ONU con la risoluzione 1747, proprio a causa del suo programma nucleare.

In secondo luogo la questione siriana che negli ultimi anni ha rappresentato un terreno fertile per gli scontri tra le due potenze per l’egemonia nella regione. La Siria è infatti un’area di interesse strategico per entrambi i Paesi. Gli Stati Uniti, in particolare, avevano tentato fin dall’inizio della crisi di mantenere un piccolo contingente militare in Siria allo scopo di assicurarsi la definitiva sconfitta dello Stato Islamico e di frenare la crescente presenza iraniana nel Paese, garantita proprio dalle Guardie della Rivoluzione guidate dal generale Soleimani. La principale preoccupazione statunitense era quella che Teheran potesse creare un corridoio sciita tra la Repubblica Islamica e la parte meridionale del Libano, passando da Iraq e Siria. Se il progetto fosse stato portato a compimento, gli assetti geopolitici regionali per l’egemonia della regione avrebbero potuto cambiare ai danni proprio della potenza statunitense. Tuttavia, l’annuncio del ritiro americano dal Medio Oriente, ritrattato in svariate circostanze dal presidente Trump stesso, aveva fatto sperare in una stabilizzazione delle relazioni nell’area.

L’uccisione di Soleimani ad opera degli Stati Uniti ha riacceso i riflettori sulla regione del Medio Oriente, sottolineando il timore da parte dell’Amministrazione Trump che l’Iran possa effettivamente esercitare un controllo sulla regione, in particolare su Siria e Iraq. La mossa statunitense ha rappresentato un chiaro segnale di attacco nei confronti di Teheran, aprendo così a nuovi scontri che si sono avvicendati prevalentemente in territorio iracheno. Non si è fatta attendere di molto, infatti, la risposta dell’Iran che – nella notte tra il 7 e l’8 gennaio 2020 – ha sferrato 22 missili balistici su due basi in Iraq (Erbil e Al-Assad) che ospitavano soldati statunitensi e della coalizione internazionale per il contenimento dell’ISIS.

Il braccio di ferro tra Stati Uniti e Iran rischia di degenerare in un’escalation militare incontrollata, ai danni delle popolazioni civili che da decenni subiscono gli effetti di proxy war (guerre per procura) combattute in Medio Oriente.

«Il presidente statunitense è famoso per l’impulsività e l’incapacità di gestire le sfide internazionali, quindi è estremamente difficile prevedere come reagirà. Nel pieno di un anno elettorale, può ritenere preferibile evitare un’escalation che questa volta porterebbe senza dubbio alla guerra – scrive Anthony Samrani de “L’Orient – Le Jour” -.  Al contrario, può pensare che una mancata risposta darebbe un’immagine di debolezza di cui approfitterebbero sia i suoi avversari sia i suoi nemici. Circondato da una squadra di falchi antiraniani, Trump deve prendere la decisione più importante del suo mandato. Il Medio Oriente sta col fiato sospeso».

Ciò che è certo, però, sono le conseguenze che le rinnovate tensioni possono causare sulle popolazioni civili che appaiono sempre più gravi e rischiano di peggiorare una situazione già devastata da anni di guerre civili, tensioni settarie e crisi umanitarie. In particolare, la riapertura degli scontri in territorio iracheno potrebbe, da un lato, riaprire le storiche tensioni regionali tra sunniti e sciiti richiamando l’intervento di attori esterni come il gruppo libanese Hezbollah in Iraq e in Siria e, dall’altro, inasprire le azioni repressive dei governi ai danni della società civile che è scesa nelle piazze per rivendicare pace, stabilità e giustizia sociale.

Iraq, ph: Sara Manisera

 

Di quella che è la situazione in Iraq oggi ce ne parla Luigi Pappalardo, cooperante che direttamente da Erbil (dove si trova la base “americana” colpita dagli attacchi missilistici dell’Iran) lancia  un appello: “dall’Italia e dall’Europa si mantenga alta l’attenzione su ciò che sta accadendo in Iraq. Si continui a parlare di chi, soprattutto giovani, è sceso in piazza per chiedere libertà e riforme. Questo Paese non chiede altro che un po’ di pace”.