Iraq: proteste pacifiche represse nel sangue

Iraq: proteste pacifiche represse nel sangue

A Baghdad e in altre città irachene i giovani continuano a rivendicare il loro futuro nonostante la violenza usata dalle milizie. Sara Manisera, giornalista freelance “amica” di Non Dalla Guerra e autrice di diversi reportage in Iraq, ce ne parla in questo approfondimento partendo dal rapimento dei giovani attivisti Salman Khairallah e Omar Khadhem al-Ameri, sequestrati la settimana scorsa e ora fortunatamente di nuovo liberi. Sara, ancora una volta, si è resa disponibile ad aiutarci a far conoscere e informare riguardo la delicata situazione del Medio Oriente.

È lungo l’elenco di attivisti e giornalisti fatti scomparire in Iraq. Gli ultimi a sparire sono stati Omar e Salman, che fortunatamente sono stati liberati. Di molti altri, però, non si sono ancora avute notizie. La gran parte di loro è stata sequestrata dalle milizie che padroneggiano e controllano buona parte del territorio iracheno.

Quello che è certo, come Amnesty sottolinea, è la violenza usata come metodo per spaventare e intimidire i giovani che a piazza Tahrir chiedono libertà, riforme e il superamento del sistema confessionale.

Quello in cui si spera è in un altro Iraq, libero dalle interferenze esterne di Iran e Stati Uniti. I giovani rivendicano il loro futuro, osteggiando un sistema che ha causato disuguaglianze e smantellato il sistema pubblico attraverso politiche di privatizzazione che hanno messo in difficoltà l’accesso all’acqua, al lavoro, alla sanità pubblica e all’istruzione.

Piazza Tahrir e tante altre piazze sono dei giovani che rigettano la violenza e l’odio settario: gli attivisti scompaiono proprio perchè l’unità e la non violenza fanno paura al governo e alle milizie. Dall’Iraq, come dal Libano, ci arriva un importante insegnamento: il mantenimento della natura pacifica delle manifestazioni rappresenta l’argine che evita a questi Paesi di crollare in ulteriori conflitti.