UN ALTRO IRAQ É POSSIBILE

UN ALTRO IRAQ É POSSIBILE

Cominciate a inizio ottobre, le proteste in Iraq hanno particolari tratti in comune con ciò che sta accadendo in Libano. In entrambi i casi siamo di fronte a un malessere generalizzato nei confronti di un sistema politico basato su quote etniche e settarie che non è riuscito in questi anni a eliminare la corruzione e garantire uguali servizi per tutti i cittadini. 

 «Dal 2003 a oggi la popolazione irachena ha sofferto molto a causa di molteplici fattori come l’occupazione americana, la guerra, il terrorismo, la violenza dell’Isis. Le persone oggi chiedono di cambiare un sistema politico malfunzionante al potere da circa 16 anni e che ha portato il Paese in una situazione di forte criticità e instabilità – ci spiega Remon, 24 anni, di Qaraqosh (poco distante da Mosul) che nel 2017 ha partecipato allo Youth World Peace Camp che abbiamo organizzato a Madaba -. Cosa vogliono gli iracheni? Un sistema educativo migliore, maggiori opportunità di lavoro e il rispetto dei diritti umani anche per la popolazione più povera che attualmente non ha le risorse per accedere alla rete elettrica e all’acqua potabile. Il principale obiettivo è quello di riprendere le redini del proprio Paese. Nient’altro. La rabbia pubblica non è diretta solo dall’élite politica, ma anche da quella religiosa. Il governo di Baghdad ha risposto con lacrimogeni e proiettili, uccidendo diverse centinaia di manifestanti e uccidendone migliaia. Tutte le connessioni a internet sono state bloccate, così come alcuni canali televisivi. In tutto questo il popolo iracheno pare solo, abbandonato a se stesso senza l’aiuto reale di nessuna organizzazione per i diritti umani”.

Dal 25 ottobre sono iniziate nuove ondate di manifestazioni, a cui stanno partecipando numerosi studenti e studentesse. Nell’ultima settimana le proteste si sono intensificate causando una repressione “eccessiva”. Il bilancio è salito a circa 320 morti e 3.500 feriti, con l’imposizione di un coprifuoco in tutta Baghdad. A Piazza al-Tahrir, sono molte le donne che hanno cominciato a fare il pane e a cucinare in strada per sfamare chi partecipa alle manifestazioni e sotto il ponte Jumhuriya è stato allestito un ospedale di emergenza. Il vecchio edificio abbandonato chiamato Turkish restaurant è diventato un simbolo di rinascita grazie all’azione di attiviste e artisti che lo stanno riqualificando.

Quello che colpisce è che queste proteste si siano strutturate trasversalmente accogliendo in piazza donne e giovani: migliaia di persone si sono unite al di là dei diversi contesti di provenienza. Mustafa Habib, su Niqash, scrive che gli unici mezzi di trasporto [in Piazza] sono i tuk-tuk, i taxi a tre ruote di solito usati dagli iracheni più poveri, ora diventati un simbolo della protesta”: gli autisti, spesso minorenni, portano i feriti nelle cliniche da campo.
I muri sono diventati grandi opere d’arte. Decine di giovani ci hanno lasciato messaggi sulla libertà e vi sono murales sulla forza delle donne e sul loro ruolo nella cultura. Sono spuntate anche piccole biblioteche informali con centinaia di libri a disposizioneIn Iraq la maggioranza della popolazione alla guida delle manifestazioni è composta dalla prima generazione nata dopo l’occupazione americana: una generazione diversa dalle altre, cresciuta usando internet come finestra sul mondo.

I giovani non sembrano avere paura, mentre le autorità irachene appaiono incapaci di realizzare i cambiamenti richiesti ed anzi ben più inclini a reprimere le manifestazioni con la violenza. Anche ciò che sta accadendo in Iraq porta la nostra associazione a riflettere sull’importanza dello sviluppo di una educazione di pace, che sappia andare incontro alle necessità delle fasce più deboli della popolazione. In questo senso ci auguriamo che le istanze di democrazia rivendicate vengano sostenute pacificamente e non represse attraverso la violenza.

 

Sara Manisera, giornalista freelance e “amica” di Non  Dalla Guerra che ora si trova a Baghdad, ci ha inviato questo video in cui ci racconta qual è la situazione in Iraq oggi.