Umanità

Umanità

Sono nella mia camera. Trascorsi pochi giorni dal mio ritorno, ripenso al tempo passato in Giordania. Mi sforzo di ricordare il sapore del caffè offerto nelle field visit, il profumo delle spezie al Souk di Amman, la preghiera del Muezzin che mi svegliava alle 4 del mattino. Qui il mondo mi sembra più grigio e le emozioni meno intense. La routine quotidiana ci riprende di nuovo con sé e concludo malinconicamente che il tempo sta già sfumando i contorni e non ricordo tutto quanto vorrei ricordare, né allo stesso modo in cui l’ho inizialmente provato. 

Rifletto sui preconcetti che ci guidano. Si parte convinti di poter aiutare – non si dice, infatti, andiamo a fare volontariato? – e si ritorna consapevoli di avere più che altro imparato, cioè di avere ricevuto più di quanto si abbia dato. Siamo due mondi che si incontrano e questo mette in discussione le reciproche certezze. Inevitabilmente, infatti, i nostri riferimenti culturali ci portano ad avere delle aspettative o dei pregiudizi, che la realtà dissolve. È difficile per noi pensare che una donna che indossi il niqab si senta perfettamente libera e a suo agio, eppure noi stessi abbiamo regole e convenzioni sociali non meno forti, solo apparentemente meno evidenti. Tolto tutto questo, rimane ciò che ci accomuna: l’amore per la propria famiglia, la volontà di vivere una vita dignitosa, la preoccupazione per il futuro dei figli, la loro educazione, la loro sicurezza. È questo che ci rende esseri umani, e il mio diritto alla felicità e alla ricerca di un futuro migliore non è superiore al tuo. Non vengono prima gli italiani, o i francesi, o gli spagnoli, o gli inglesi: non è la nazionalità che determina tale diritto. 

Provo anche a tracciare un bilancio dell’esperienza trascorsa e mi domando: essenzialmente cos’abbiamo fatto?  Cos’abbiamo realizzato? Concretamente poco. Ma non credo che la bontà di un’esperienza si debba per forza misurare in questo modo. È piuttosto la nostra mentalità che ci porta a pensare che il successo si realizzi nel fare delle cose, nel produrre qualcosa di tangibile. Forse abbiamo perso la capacità di stare insieme, di stare semplicemente con qualcuno e ascoltarlo. Nella prima sera di condivisione, quando, forse giustamente, eravamo un po’ delusi da come veniva impiegato il nostro tempo presso il Centro Caritas, ci è stato ricordato perché eravamo lì e cosa stavamo facendo: costruire relazioni. Proprio queste ci hanno permesso di raggiungere una maggiore comprensione della realtà. Ho visto con i miei occhi e sentito con le mie orecchie: non posso dimenticare le storie di Abu Ali, di Abu Abdallah, di Sihaam e di molti altri. Non posso fare finta di nulla di fronte alle tragedie che hanno vissuto, i lutti subiti, le violenze inflitte. Ogni vero uomo deve sentire sulla propria guancia lo schiaffo dato sulla guancia di un altro uomo. È un passaggio necessario affinché possiamo acquisire una maggiore consapevolezza delle nostre azioni, che a questo punto devono invece farsi concrete. Indigna pensare che tali ingiustizie siano accadute e continuino ad accadere e sembra impossibile continuare con la propria vita come se nulla fosse, quando i problemi quotidiani appaiono ben poca cosa a confronto. Cosa posso fare io? È la domanda che ora mi pongo. L’indifferenza non è ammessa.

Sono esperienze come questa che ci fanno capire come siamo tutti parte di un’unica comunità, quella umana, in cui ogni persona, per quanto lontana, è in relazione con un’altra.  Nessuno può dirsi estraneo a questa verità, nessuno può chiamarsi fuori.

Homo sum, humani nihil a me alienum puto”.

“Sono un essere umano, niente di ciò ch’è umano ritengo estraneo a me”. 

Alberto