L’aiuto non ha confini

L’aiuto non ha confini

Dell’esperienza dei giovani di Non Dalla Guerra e dei loro campi in Giordania avevo avuto modo di sentirne parlare già negli anni scorsi. Diamogli pure una mano avevo pensato: hanno molta voglia di fare, hanno entusiasmo e sono giovani….

Poi, però, arriva la proposta di partecipare a un campo per adulti, in Giordania, con l’obiettivo di conoscere l’emergenza dei rifugiati. Dopo una riflessione in famiglia decido di partire. Mi ritrovo insieme ad un gruppo di persone che non conosco in un cortile di una parrocchia di Madaba, città a pochi chilometri da Amman. Mi colpisce la luce: diversa, limpida, colorata. Siamo davvero distanti da casa, penso. Si inizia a conoscere la realtà: l’incontro con il direttore generale di Caritas Jordan fa vacillare le idee, le mie e non solo. Mi fa riflettere su come sono abituato a vedere gli altri con i miei occhiali e mi rendo conto di come, così, non vedo bene la realtà che mi sta attorno.

Le ragazze e i ragazzi responsabili del campo sono giovani, hanno l’età delle mie figlie. Mi ritrovo a considerarli adulti responsabili, la relazione con loro è alla pari, ed è giusto così. E allora, mi chiedo, perché non mi fido così delle mie figlie? Non mi sono accorto che sono adulte e responsabili anche loro? Devo proprio cambiare gli occhiali…

Durante una mattinata al Caritas Center di Madaba abbiamo modo di capire più da vicino qual è la situazione dei rifugiati in Giordania e non solo. Parliamo con le operatrici del centro, osserviamo il loro lavoro. Una signora siriana, poi una giordana, e infine un signore di 70 anni iracheno entrano dalla porta con le loro storie e le loro necessità. Non sono più numeri che servono per elaborare qualche statistica. Sono persone. Qui l’aiuto non ha confini: persone di nazionalità diverse e di religioni diverse aiutate con la stessa accoglienza gentile, discreta e rispettosa. C’è molta dignità, sia in chi viene a chiedere aiuto sia in chi mette a disposizione i mezzi che ha per dare una mano. Vedo cuori e mani che fanno il possibile, senza giudicare. Mi ritrovo le lacrime agli occhi quando leggo il cartello appeso all’entrata. “Istruzioni importanti: rispettare la dignità umana e i diritti individuali, senza discriminazioni dovute al gruppo etnico, colore, sesso, origine, religione o nazionalità”. Mi auguro di ricordarmelo quando sarò in Italia, e di fare quanto posso per metterlo in pratica.

Andiamo a trovare alcune famiglie di profughi siriani ed iracheni scappate dalla guerra. Mi sento turbato. Entriamo nelle loro case, ascoltiamo il racconto delle loro vite. Incontro famiglie che avevano una vita “normale”, con il padre elettricista e un figlio che studiava all’università. Famiglie come tante, ma che adesso si ritrovano private di di un lavoro, della possibilità di studiare, di tutto ciò che prima era “normale”. Ora, queste famiglie, sono in attesa. In attesa di poter ricominciare a vivere con un’unica speranza: un futuro migliore per i propri figli, dopo essere stati costretti a scappare, lasciando la propria casa e gli affetti. Mi fermo a guardare con tenerezza la foto della prima comunione di un bambino iracheno. Indossa una tunica bianca, come si usa da noi. La sua mamma si accorge che sto guardano quella foto. Le si accende una luce negli occhi e orgogliosa mi racconta della festa che hanno organizzato. Quella luce negli occhi, oggi, diventa un barlume di speranza.

Arriva l’ultima sera, è tempo di rientrare in Italia. Ci ritroviamo assieme a condividere quanto vissuto: giovani e adulti, giordani e italiani. Mi rendo conto di quante persone buone e disponibili ho conosciuto. È stata un’esperienza che mi ha scosso molto, che ha lasciato il segno. Torno a casa ma con Non Dalla Guerra e la Giordania non è un addio, è solo un arrivederci.

 

Giacomo