Molto chiare, molto oscure

Molto chiare, molto oscure

Quella che verrà sarà la quarta notte che passerò nel mio letto di sempre dopo aver fatto ritorno dalla Giordania. Sono notti strane: non ne passavo così da tempo. A svegliarmi non sono il richiamo del muezzin o le campane della parrocchia, ma un senso di irrequietezza, l’impressione di un’urgenza: avere un compito a cui attendere, ma quale? e come?

Un’immagine fra tutte quelle che ho fermato durante le settimane in Giordania si fa più vivida: è il viso di Samer, un uomo siriano più giovane di mio padre ma che dimostra la sua stessa età. Poi ecco Samer nel salotto nel quale ci riceve; ecco la madre di Samer che prende una sedia e ci raggiunge; ecco i due gemelli figli di Samer che portano un vassoio con delle tazzine e del caffè siriano che berremo di lì a poco, dopo aver sorseggiato a turno acqua fresca da uno stesso bicchiere, come si usa in Siria per dare il benvenuto agli ospiti.

Salam Aleikum”, “Aleikum Salam”. Ci sediamo su dei cuscini marrone scuro e marrone chiaro che delimitano un tappeto marrone scuro e marrone chiaro. Le pareti della stanza sono marrone chiaro, i due armadi – unici mobili presenti – sono marrone scuro. Samer indossa un abito bianco e sua madre un abito nero. Penso a quello che ho letto nei miei appunti universitari la sera precedente: albuse candidus, atere niger, il latino possiede due termini per il bianco e due per il nero per dare conto della brillantezza, mentre in italiano abbiamo solo bianco e nero. Penso all’esame che dovrò dare a settembre. Penso a come sistemare le mie gambe sul cuscino per stare comoda. Penso che il caffè scotta ed è meglio se aspetto un po’ prima di berlo. Poi Samer inizia il suo racconto e dopo poco non penso più a nulla.

Samer ha un sorriso dolce e gli occhi lucidi. Se ne sta seduto con le gambe incrociate di fronte a noi, davanti a lui la sua tazzina, il vassoio con la caffettiera e un bicchiere di vetro vuoto. Mostra interesse nel sapere chi siamo e cosa siamo venuti a fare. È contento di sapere che siamo qui per ascoltare la sua storia per poi tornare in Europa e sensibilizzare sugli effetti della guerra. “Dite che nessuno al mondo dovrebbe mai patire quello che abbiamo patito noi in Siria”, interviene la madre. Samer e la sua famiglia vengono da Homs, una città che ha attraversato i secoli per finire ridotta a un cumolo di macerie.

Samer ci mostra le immagini della sua città sventrata, ci racconta dei cecchini, delle bombe, dei checkpoint, delle interruzioni nella fornitura di acqua potabile e di energia elettrica, delle scritte sui muri, dei giovani ragazzi in motorino uccisi perché portavano una bandiera, dei bambini strappati all’infanzia e di quelli strappati alla vita. “Un giorno abbiamo fatto un funerale per trecento bambini”. Trecento bambini.

L’aria nella stanza comincia a farsi pesante, il salotto sembra più affollato di quanto non sia in realtà. È come se i pochi metri quadrati tra queste mura disadorne si fossero improvvisamente riempiti: ci sono i sopravvissuti che parlano per se stessi e per coloro che non possono più testimoniare, ci sono le storie individuali, le quotidianità interrotte, i futuri immaginati andati in frantumi proprio come le case, le cose, la comunità, la Siria. “Quando tutto questo sarà finito, per noi siriani non sarà difficile ricostruire il nostro Paese, ricucire la nostra comunità, perché noi tutti vogliamo solo la pace. Se ci riusciremo o meno dipenderà dai potenti”.

La madre di Samer piange, ci racconta del marito: il suo cuore si è rotto e ha deciso di non riaggiustarsi più. È morto così il padre di Samer, poco dopo essere arrivato in Giordania: un attacco di cuore mentre riceveva notizie dalla Siria, il Paese nel quale era nato e cresciuto, come i suoi genitori prima di lui, nel quale aveva conosciuto sua moglie e l’aveva sposata, nel quale aveva visto i figli e alcuni nipoti venire alla luce, muovere i primi passi e diventare grandi.

Entrano nella stanza i due gemelli: sono vestiti uguali, pantaloni blu e maglia rossa, dimostrano sei/sette anni ma facendo due conti capiamo che devono averne qualcuno di più. Rimangono un attimo, il tempo di portare i fazzoletti alla nonna, poi se ne vanno. Samer ci dice di essere molto preoccupato per loro, per il loro futuro, per il trauma che hanno subìto. A quell’età i bambini dovrebbero avere sogni da sognare, compiti a casa da fare, giochi da giocare, centimetri da crescere, non guerre da ricordare.

La madre di Samer ci dice che il suo unico desiderio è poter rivedere tutti i suoi figli prima di morire. “Al funerale di mio marito c’eravamo solo io e Samer, gli altri non sono potuti venire”. Alle parole di questa madre mi verrebbe da urlare. “Fermatevi tutti! Ascoltate!” vorrei dire, “Interrompete quello che state facendo, non muovete nemmeno un passo! C’è una madre che vuole riabbracciare i propri figli prima che sia troppo tardi, non abbiamo un minuto da perdere!”. Me ne sto zitta, rannicchiata tra il mediatore e le mie compagne. Ce ne stiamo tutti zitti, rannicchiati sui cuscini marrone scuro e marrone chiaro a fissare il tappeto marrone scuro e marrone chiaro.

Samer ci ringrazia. Pensiamo che non abbiamo fatto proprio nulla, anzi tutto questo deve essere stato molto doloroso per lui e sua madre. Capiamo che è stato invece un momento importante, per tutti. “Siamo molto soli”, ci dice Samer. Per questo lui e sua madre sono felici della nostra visita: li abbiamo riconosciuti come interlocutori, abbiamo ascoltato la loro storia, prestato attenzione alle loro parole, ci hanno fatto accomodare in una casa che non sentono come la loro ma che per un momento deve essere sembrata meno estranea, più vissuta. Per il tempo della visita sono tornati ad essere dei consociati, delle persone come le altre, che hanno ospiti da ricevere, caffè da versare. Replicando i gesti di un passato lontano, di convivialità perdute, di usanze tramandate e adesso così rare, si cessa di essere un fascio di funzioni biologiche e si torna ad essere persona, si riempie il tempo.

Per i rifugiati che abbiamo incontrato in Giordania il tempo assume la pesantezza della pura durata, non è più l’orizzonte della progettualità ma la misura della condanna all’inerzia. Il loro non è un tempo negato, ma un tempo imposto: c’è tempo, c’è tempo, c’è tempo, c’è solo il tempo per questo mare infinito di gente. È attesa senza una fine, è tempo sprecato che non si potrà restituire.

Molto chiare si vedono le cose: ci sono uomini e donne, bambini e bambine, ci sono le loro storie, c’era la loro casa, c’erano coloro che non ci sono più, c’è il desiderio di pace.

Molto oscure si vedono le cose: perché all’uomo che mi parla non è permesso di lavorare e chissà se riuscirà a mandare i figli a scuola un altro anno? perché la donna che mi siede accanto è bloccata qui e i suoi figli sono bloccati altrove e non si possono dire addio? perché i due gemelli che reggevano il vassoio del caffè hanno smesso di crescere dopo essere cresciuti troppo in fretta? perché c’è un cumulo di macerie dove c’era prima una città? perché sono cadute delle bombe sulle persone? chi ha deciso che tutto questo vada bene così?

Tornate a trovarci se potete”, ci saluta così la madre di Samer, prendendo le nostre mani tra le sue e abbracciandoci ad uno ad uno. Indugia in ogni saluto, ci tiene stretti, ci fissa negli occhi. Noi non vorremmo andar via, ma non siamo venuti per restare. Penso che tra pochi giorni partiremo, così come siamo arrivati, senza troppe difficoltà: noi possiamo andare e venire, tagliare i confini di questo mondo in lungo e in largo, perché le linee sulla carta politica sono meno forti del nostro passaporto. Ma per Samer e la sua famiglia, come per le altre famiglie siriane e irachene che abbiamo incontrato, le linee sulla carta politica sono come le mura di una prigione.

Chi ha deciso che tutto questo vada bene così?

 

Giada