Il peso della valigia

Il peso della valigia

Da quando sono tornato dalla Giordania ho avuto poche possibilità di raccontare e condividere quello che ho vissuto durante questa esperienza. A distanza di pochi giorni dal mio rientro, il destino – se così lo possiamo chiamare – ha voluto che io fossi riportato immediatamente con i piedi per terra da una serie di eventi che hanno riguardato la mia vita personale e quella della mia famiglia. E per questo motivo i momenti in cui poter fermarmi a riflettere sono stati pochi. Eppure, anche quando pensavo di avere la mente talmente occupata da non avere spazio per nient’altro, quell’insieme di parole, sguardi, gesti e silenzi incontrati in Giordania ha continuato a scandire ogni istante delle mie giornate. Come fosse una cicatrice indelebile, fissa nella mente e da cui è impossibile scappare. Come fosse una sveglia biologica che ad un certo punto della giornata, che tu lo voglia o meno, bussa alla tua porta e ti ricorda che devi fare i conti con quello che hai vissuto e, di conseguenza, con te stesso.

Devo ammettere che da quando sono tornato in Italia sono poche le cose che ho voluto raccontare. E anche quelle poche volte in cui mi è stato chiesto di farlo ho preferito selezionare le cose da dire, dare loro un senso di leggerezza e non entrare troppo nel profondo. Con il rischio – è vero – di non rendere giustizia a quello che ho visto, sentito e vissuto. Ma forse non è ancora arrivato il momento di lasciar uscire quel flusso di emozioni che non sono ancora in grado di gestire. O forse sono rimasto con la mente ai momenti di condivisione serale in cui, tra un passaggio di shisha e l’altro, lasciarsi andare a commenti e riflessioni era molto più facile, perché ti sentivi ascoltato e compreso, leggevi negli occhi degli altri quella sensibilità che non giudica e che non sminuisce qualunque cosa tu abbia cercato di dire. Ed è forse per questo motivo che ci sono cose che per il momento ho deciso di continuare a tenere gelosamente per me. Forse per preservarle, per proteggerle dal rischio di essere sminuite da chi le tue parole non riesce o non vuole capirle fino in fondo.

Ritornare a casa non è per niente facile. Stare in mezzo alla gente non è per niente facile. Anzi, più passi il tempo in mezzo alla gente cercando di svolgere le attività della tua solita routine, più aumenta il senso di inadeguatezza. Ma forse era proprio questo lo scopo dell’esperienza in Giordania: farti sentire inadeguato nel pieno dei soliti discorsi, installarti un campanello d’allarme che alla minima deviazione verso discussioni futili riporta la tua mente alle storie di guerra, fuga, resilienza e speranza. Mentre il tuo corpo resta lì, immobile e indifferente, in mezzo alla gente.

Da un paio di giorni mi capita di svegliarmi nel pieno della notte, intorno alle quattro del mattino, proprio come mi succedeva in Giordania. Ma qui non c’è l’adhan – il richiamo del muezzin – a scandire le ore della notte, qui non sono disteso su un materasso poggiato a terra, non condivido la stanza con altre quattro persone e non ho il sonno disturbato dal peso delle storie ascoltate qualche ora prima.

Qui, alle quattro del mattino, c’è la mia stanza, con un letto comodo, un comodino su cui posso poggiare le mie cose e un armadio. Eppure non riesco a dormire. E guardo l’armadio che sta di fronte a me. Sopra è poggiata la valigia che avevo con me in Giordania. È vuota, ma ogni giorno che passa pesa sempre un po’ di più.

 

Luigi