(Ri)conoscersi nell’Altro

(Ri)conoscersi nell’Altro

La nostra prima visita a una famiglia di rifugiati siriani di religione musulmana è stata spiazzante.

Dopo averci accolto nel soggiorno, Ahmad, il padre di famiglia, ha usato queste parole: “Lo so che vi sembra strano vedere mia moglie indossare il niqab, ma voglio precisare che è stata una sua scelta, non sono stato io a imporglielo”. Sentire questa frase provenire da un uomo che in Siria, prima della guerra, era Imam, ci ha fatto capire di essere di fronte a una persona fortemente religiosa e al contempo disponibile a confrontarsi e a riconoscersi in una pluralità di visioni e punti di vista sul mondo. Da europee occidentali, questa frase è stata totalmente inaspettata. Ha portato alla luce quegli inconsapevoli pregiudizi che ci eravamo portate dall’Italia sul ruolo dei componenti di una famiglia musulmana praticante. Ci siamo allora chieste da che cosa derivassero questi pregiudizi. Dalla mancanza di un incontro, forse. Incontro che ieri mattina abbiamo avuto l’opportunità di vivere.

La famiglia di Ahmad è scappata dalla Siria nel 2014, ed è arrivata allo Zaatari Camp. Da lì è scappata ancora per poi stabilirsi a Madaba. Noi abbiamo conosciuto la moglie Shokreh e i tre figli più piccoli Ali, Abd Aljabar e Nour.

Nel raccontarci la storia dei loro figli, i genitori hanno posto l’accento sull’importanza che la loro famiglia attribuisce all’istruzione. Dalla loro volontà di raccontarci le storie e le scelte di vita dei loro figli abbiamo percepito tutto l’orgoglio che provano per loro. La primogenita, infatti, è una nostra coetanea di 23 anni che studia inglese all’Università di Zarqa, cosa estremamente rara per la condizione dei rifugiati siriani in Giordania. È stata selezionata tra più di mille candidati per una borsa di studio che l’UNHCR offre a 41 giovani rifugiati. Anche la secondogenita, pur avendo un figlio che ora ha nove mesi, è riuscita ad ottenere il diploma alla scuola superiore pubblica qui in Giordania. Ascoltiamo queste storie, consapevoli del fatto che esse sono delle belle eccezioni in un panorama di generale descolarizzazione che coinvolge tutte le nuove generazioni siriane. Come si può, dunque, pensare a un futuro della Siria se l’istruzione è una fortuna che pochissimi hanno? Il nostro incontro con la famiglia ci ha portato a ribadire quanto sia indispensabile pensare all’educazione scolastica come strumento di ricostruzione e rivendicazione di identità.

Nel frattempo Nour, la figlia più piccola, entra nella stanza, siede in braccio al padre e ci dice che anche lei, come i suoi fratelli, vuole andare a scuola.

Il discorso volge verso la situazione politica attuale in Siria. Mentre Ahmad ci parla, notiamo tante piccole cose: la bambina sgrida il fratello più grande per aver preso il telefono della madre, il marito aiuta la moglie a sparecchiare le tazzine del caffè, la moglie ci porge un cuscino per stare più comode. Ci rendiamo allora conto che notiamo queste cose perché il nostro sguardo opera secondo pregiudizi. Pregiudizi che, dopo un’ora di dialogo, spontaneamente cadono.

Prima di lasciarci Ahmad ci guarda e ci chiede la nostra impressione su ciò abbiamo ascoltato. Poi ci ringrazia e ci dice che per lui conta molto la nostra presenza in quel soggiorno, più di quanto gli interessi la nostra appartenenza culturale. La moglie invece ci saluta con un “I love you”, dicendoci che nel parlare con noi ha rivisto le sue figlie.

Uscite dall’appartamento realizziamo che, durante questo incontro, noi siamo state l’Altro, sconosciuto e accolto. Siamo convinte che questo esempio di cura che abbiamo vissuto debba essere raccontato come eccezione positiva e incoraggiante. Crediamo che questa famiglia sia una dimostrazione di come la quotidiana attenzione all’Altro possa davvero essere sia un atto umano che un atto politico.

 

Anna e Chiara