Di che genere è la guerra?

Di che genere è la guerra?

La guerra è decisamente uomo, l’ho sempre pensato. Un maschio che combatte l’altro, le mimetiche che scivolano – mescolandosi – alla terra, canne di fucile che scelgono il bersaglio delle proprie pallottole, boati assordanti che tolgono il fiato, istinto di sopravvivenza estremo che fa l’uomo animale. È non incontro con le famiglie, resilienza e astinenza, stringere i denti e imparare ad apprezzare le cose, le emozioni, le assenze.

Fin da piccoli ci dicono che la guerra è da uomini, regalandoci armi giocattolo e videogiochi violenti, insegnandoci a non piangere ‘come delle femminucce’, alle quali vengono date le bambole. ‘Fai l’uomo, combatti!’. Quante volte ho sentito questo incoraggiamento.

Sì, la guerra è decisamente uomo.

O forse no.

La guerra è donna, l’ho capito in Giordania.

Ho ascoltato i racconti di quelle che non hanno potuto piangere i mariti perché il tempo imponeva loro di trovare la forza per caricarsi sulle spalle il peso di una fuga, una decisione, una domanda scomoda del figlio. ‘Dove stiamo andando? Perché? Torneremo a casa?’. Provando a immaginarmi le risposte trovo solo altre domande. Oltre al senso di inadeguatezza e di paura, che l’essere impreparato mi ha sempre dato. Stimo tantissimo queste madri, a cui il dolore non ha tolto la lucidità e la forza d’animo.

Ho colto l’intesa negli occhi di donne dalle storie simili, cui basta uno sguardo per capirsi e risollevarsi, senza dovermi spiegare e farmi partecipe, di qualcosa che in effetti non posso realmente capire. Chi è l’uomo, in questo caso?

Ho ammirato l’orgoglio commosso con cui le madri mi raccontavano dei figli a cui la guerra ha tolto tutto ma che sono studenti brillanti, curiosi e ambiziosi. Ho pensato a quando mia madre tornava dai colloqui lamentandosi del ‘suo figlio può ma non si applica’, riferito a me. Studente nella media, che non ha vissuto la guerra e che ha avuto tutto.

La guerra non è cosa di uomini, è prevalentemente affare di donne. Loro sono quelle che rimangono. Non da attrici, ma da registe. Non si prendono il palcoscenico, stanno dietro le quinte.

È tutta una questione di prospettiva.

Ai corsi di fotografia è una delle prime cose che insegnano, quanto è importante. Il punto di osservazione della realtà, la visuale che si sceglie. Il fotografo si sposta, si avvicina, non dice.

In Giordania si impara ad essere fotografi. A muoversi, a non accontentarsi, a mettersi in discussione.

Ero partito con un’idea della guerra, quella studiata sui banchi di scuola e ripetuta meccanicamente durante un’interrogazione. Senza capirla, senza schifarla.

Torno con un’immagine diversa. La guerra non è un’offensiva aerea o un esercito che attacca tatticamente l’altro; è molto più concreta e drammatica, è distruzione di vite, di famiglie, di ambizioni.

La guerra è di chi rimane.

La guerra è donna.

 

Mattia