Sotto quella corazza, un cuore d’oro

Sotto quella corazza, un cuore d’oro

Le famiglie siriane che abbiamo incontrato in Giordania non vivono tutte in città all’interno di appartamenti che solo lontanamente ricordano le strutture abitative che siamo abituati a immaginare. Alcune di loro hanno scelto di vivere in campi profughi informali, a cielo aperto, senza limitazioni di spazio. Ne visitiamo uno, a Mafraq regione a nord della Giordania e poco distante dal confine siriano. Qui incontriamo un gruppo di siriani fuggito dalla regione della Ghouta, l’oasi verde di terre coltivate che circonda la città di Damasco. Sono stati nello Zaatari, il secondo campo profughi più grande al mondo gestito dall’UNHCR, ma non hanno voluto restarci perché la vita lì non era come la immaginavano, non si sentivano liberi di potersi costruire un proprio futuro. E allora hanno scelto di fuggire, e di fermarsi in questo spazio infinito semi-desertico dove ricostruire una sorta di Ghouta giordana da cui tentare di ricominciare.

Arriviamo con il bus all’ingresso di questo campo. Appena sceso, percepisco immediatamente la sensazione che qui si respira un’aria diversa rispetto a quella delle famiglie che abbiamo visitato negli appartamenti di Zarqa. È un’aria meno tesa, meno impostata e forse, proprio perché queste famiglie hanno scelto lo spazio dove vivere, anche meno imposta.

Ci accoglie Abu Ali, la persona di riferimento del campo. Dietro di lui, un’infinità di bambini che, con i loro sguardi vivi e curiosi, non vedono l’ora di giocare con noi. Ci mostrano le case che si sono costruiti con le loro mani e ci spiegano un po’ come funzionano la raccolta e la distribuzione dell’acqua e dell’elettricità. Entriamo in casa di Abu Ali e apriamo le nostre orecchie e i nostri cuori alle storie che vogliono raccontarci. E così, tra un caffè, un té, un altro té e ancora un altro té, si aprono a noi, ci raccontano come sono arrivati a Mafraq, perché hanno scelto di fermarsi lì e di vivere in quel modo. Quel modo che tanto ricorda loro la vita in Siria, il loro quotidiano, le attività che svolgevano per mantenersi e l’attaccamento a una terra e una natura che ora non sono più le stesse.

Dentro di me aumenta la sensazione che in questa storia c’è qualcosa di diverso da quello che ho sentito nei giorni precedenti. La loro storia è una storia di resilienza, di rinascita, di forza di volontà nel volersi ricostruire uno spazio vitale con le proprie mani, consapevoli però che non sarà mai del tutto uguale a quello che hanno dovuto lasciare in Siria.

Hanno piantato i loro ulivi e le loro viti; ce le mostrano con orgoglio. Hanno comprato il bestiame; lo allevano con passione e lo sentono parte del proprio vissuto. Sembrano contenti di quello che sono riusciti a costruire con le proprie mani, fieri di essere riusciti in qualche modo a ripartire da zero. Ma il loro cuore è rimasto in Siria. E lo capiamo quando uno di loro, facendo segno verso lo spazio aperto che ci circonda, ci dice che a soli 8-10 km da dove ci troviamo c’è il confine siriano e che hanno scelto di non allontanarsi troppo da lì perché un giorno sperano di potervi fare ritorno. Ho i brividi. La Siria è a uno schiocco di dita, posso intravederla. E di fronte a me ho un padre di famiglia che mostra la sua determinazione e forza nell’essere riuscito a costruirsi un posto per sopravvivere, ma che la Siria vuole comunque vederla anche solo da lontano.

Le voci dei bambini mi riportano con i piedi per terra. È ora di giocare con loro. Ho sempre pensato di non essere capace di giocare con i bambini, di non essere all’altezza della loro spensieratezza e della loro instancabilità. Mentre penso a come rompere il ghiaccio, uno di loro si avvicina a me. È Ibrahim, all’apparenza il bambino più vivace del campo. Non so nemmeno perché si sia avvicinato a me; me lo chiedo per un attimo ma poi lascio stare. Forse è così che doveva andare.

Da quel momento, senza un perché, io e Ibrahim diventiamo una cosa sola per l’intero pomeriggio. Non si stacca più da me, fa il duro, non permette a nessun altro bambino di avvicinarsi e se io provo a parlare con qualcuno degli altri bambini fa l’offeso. Vuole salire sulle mie spalle, forse per sentirsi forte, alto, grande. Ma è veramente così duro come vuole sembrare di essere? In pochi secondi capisco di no.

Devo lasciarlo per un momento e al mio ritorno lo vedo correre verso di me, da lontano, con le braccia aperte. Si avvicina, mi abbraccia e mi urla habibi (tesoro mio, amico mio). L’ho conquistato. Mi ha conquistato.

Cerco di insegnargli il mio nome. Fatica a ricordarselo ma per un po’ insisto. Poi la smetto. Capisco che non importa nulla che si ricordi o meno il mio nome, perché l’importante è che gli resti un ricordo sereno del pomeriggio trascorso insieme. Gli chiedo quanti anni ha. Mi risponde 10. Lo chiede lui a me. Gli dico 27. Senza pensarci un secondo, in un arabo che capisco perfettamente, ribatte: “Sei più grande di me di 17 anni”. Ibrahim è sveglio, intelligente, pieno di vitalità. Ormai non ci separiamo più, ci guardiamo, giochiamo. E tutto il resto – la guerra, il luogo in cui mi trovo, le storie ascoltate – per un attimo passano in secondo piano.

Ibrahim mi sorprende. Mentre continua a salire e scendere dalle mie spalle, mi canta una canzone in arabo, di cui capisco poco se non l’ultima frase “Ana bahebbak kteer” (ti voglio bene). Mi lascia senza parole, e con quella melodia che si ripete nella mia testa e che difficilmente dimenticherò. Sotto quella corazza, c’è un cuore d’oro. Ibrahim ha un cuore d’oro.

Il sole sta tramontando. Con il mio arabo improvvisato mi giro verso il mio ormai inseparabile amico e gli dico “Ibrahim, andiamo a vedere il tramonto”.  Mi segue, è contento. Guardiamo insieme il tramonto, qualcuno dietro di noi immortala questo momento e non serve niente altro.

È arrivato il momento di andare. Devo salutare Ibrahim e lasciare il campo a Mafraq. Salgo sul bus insieme ai miei compagni di avventura. Non ho niente da dire, non mi vengono parole. Per fortuna sta calando la notte e il posto accanto a me è vuoto. Nessuno mi vede. E con gli occhi bagnati e pieni di emozioni mi addormento.

Quella dopo Mafraq è stata la mia ultima sera trascorsa in Giordania. Sono rientrato ormai da qualche giorno e da quando ho messo il piede giù dall’aereo non riesco a smettere di pensare alle storie che ho ascoltato e agli sguardi che ho incontrato nel corso di questa esperienza. Avverto un senso di vuoto, mescolato a un senso di responsabilità verso uno spaccato di mondo che avevo conosciuto sui libri ma che non avevo mai visto di persona. Sono giorni difficili, in cui è facile pensare di non aver fatto abbastanza, è facile sentirsi impotenti e svegliarsi la mattina e avere la forza di indossare un pantalone e una camicia e andare a lavorare come se niente fosse accaduto. Più volte in questa esperienza mi è stato ripetuto che siamo partiti con lo scopo di tornare a casa. È così, ma al momento è difficile accettarlo.

 

Luigi