Quando il tempo si è fermato

Quando il tempo si è fermato

Appena entrati in casa, la prima cosa che mi ha colpito è stata la stanza, nella sua interezza. In quel salotto non c’era niente. Le pareti erano bianche, il pavimento in piastrelle era grigio e la stanza era vuota. Non vi era, infatti, neanche un mobile d’arredamento. Non ho pensato a quelli, se vogliamo, da ornamento, ma banalmente a quei mobili con la funzione di conservare qualcosa. 

L’ unico oggetto presente, invece, era un orologio appeso, al centro di una delle pareti. L’orologio era rettangolare, con la cornice di legno, rotta e blu. Dopo averlo notato, però, ho capito che qualcosa non funzionava. Segnava le 3.05. Erano le dieci del mattino.

A causa del conflitto il loro tempo in Siria si è fermato. Il padre e la madre della famiglia, con una bambina di quattro anni e uno nella pancia di lei, hanno deciso, nel 2013, che così non era giusto: se avessero voluto più tempo per loro stessi e per i propri figli sarebbero dovuti partire e andare da qualsiasi altra parte, purché non ci fosse una guerra.

Il loro viaggio li porta, dapprima, a Dar’a, alle porte della Giordania. Poi, dopo aver oltrepassato i confini, così come la maggior parte dei rifugiati provenienti dalla Siria, devono trascorrere del tempo nello Zaatari Camp, il secondo più grande campo profughi al mondo. Riescono, infine, a  trasferirsi a Zarqa, a nord di Amman. 

“Qui la nostra vita è cambiata”, ci dicono. La risposta a questa frase si può leggere negli occhi di lui così come in quelli di lei. Non solo perché si sentono protetti in un Paese libero dalla guerra, ma anche e sopratutto dall’arrivo di altri tre splendidi bambini, il più piccolo di cinque mesi, tutti nati in Giordania. 

Ci hanno spiegato, però, che non è facile, vivere, o meglio, sopravvivere, in questo modo. Il lavoro non c’è, i soldi neppure e il proprietario della casa non è così comprensivo come si potrebbe sperare. “La più piccola ha dei problemi a tutti e due i reni e l’operazione costa troppo, non ce la possiamo permettere”, ci spiega la madre mostrandoci delle lastre, fatte poco prima in ospedale. Entrambi i giovani genitori hanno gli occhi lucidi, ma i bambini sgambettano ignari di tutto tra le uniche due stanze della casa, un po’ intimoriti o incuriositi dagli sguardi di noi ospiti.

La Siria era un paradiso: il paesaggio era bello, la terra era fertile, i soldi circolavano e, soprattutto, tutti erano in pace l’uno con l’altro, sunniti, sciiti, cristiani e tribù. 

Il verde e l’acqua sono le cose che mancano di più alla famiglia, da quando sono in Giordania. Per risolvere la mancanza del primo, ci spiegano, a volte la madre e i bambini trascorrono qualche giorno dai parenti a Irbid, nel nord del Paese, dove il sole non batte così forte, il tempo è più mite e gli alberi crescono rigogliosi. 

La seconda carenza, invece, non è così semplice da colmare: l’acqua è poca, se finisce durante la settimana bisogna aspettare l’inizio di quella successiva e se non ci sono i soldi per pagarla non arriva proprio. Così vive la famiglia. Durante questa parte di racconto, viene servito il té. Pur descrivendo una situazione di estrema difficoltà, si preoccupano che non ci manchi niente in quanto ospiti e abbondano di zucchero. 

Osservandoli, in quella stanza vuota, guardando i loro occhi, tre parole mi rimbombano nella testa: forza, coraggio e speranza. La forza di alzarsi ogni mattina con la voglia di costruire, il coraggio di aver visto cosa sia una guerra, scegliendo di andare avanti nonostante ciò che si è subito, e la speranza di un futuro migliore. Un futuro non tanto per loro, ma per i propri figli, perché se lo meritano, dopo quello che passano ogni giorno in una casa senza niente, senz’acqua, senza un gioco e senza neanche un mobile.

Tante sono le differenze tra il prima e dopo la guerra. Tante le differenze su come passava il tempo prima e come passa, invece, ora. 

Mentre osservavo le lancette immobili ho pensato che il tempo di questa famiglia si fosse fermato. Ora mi alzo in piedi ed esco dalla porta più leggero e più pesante di quando sono entrato, saluto delle facce che probabilmente non avrò più il piacere di guardare di nuovo e capisco per certo che invece per loro le lancette continuano a girare, più forti di prima. 

 

Nicolò