Il futuro è speranza

Il futuro è speranza

“Non riconoscevo più Aleppo. È vero che abitando in periferia non andavo spesso in centro, ma quando mi ci recai per rinnovare il passaporto non credevo ai miei occhi. Metà degli edifici erano irriconoscibili perché distrutti, le strade disseminate di posti di blocco che rendevano lento e singhiozzante ogni spostamento, fra le vie non si parlava l’arabo a cui ero abituato, ma il persiano. Non sapevo se quella sera sarei tornato a casa”.

Ahmad ha 46 anni e cinque figli, è in Giordania dal 2013 e ha scelto Zarqa perché dieci anni prima ci aveva lavorato come contadino. È analfabeta, come la moglie, e durante il nostro incontro, sottolinea spesso questo aspetto. Non nasconde la sua ignoranza, la contrappone alla speranza che ripone in uno dei due gemelli, lì presente. ‘È particolarmente bravo a scuola’, ci dice mostrandoci soddisfatto una sua pagella in arabo che non riusciamo a comprendere. Si è integrato perfettamente nella città giordana e vorrebbe studiare ingegneria informatica, che il padre ammette, ridendo, non sapere cosa sia. “Un siriano che non vuole fare il medico!” scherza Ahmad.

Non conosciamo la moglie che sta frequentando uno dei numerosi corsi offerti da Caritas Jordan: “Si sta impegnando molto”, ci racconta fiero.

Mi resta impressa l’umiltà di quest’uomo, che non si ritiene all’altezza di imparare, che accetta di non saper né leggere né scrivere, ma vuole fare in modo che conoscenza e possibilità di apprendere non siano negate alle persone che più ama.

Questa dinamica ritorna spesso. I genitori che scappano da un Paese dilaniato da sofferenza e orrore come la Siria – come se ci fossero delle alternative alla fuga – sentono un’enorme responsabilità nei confronti dei figli di cui sono la guida, il modello. Mostrano tutta l’umana insicurezza chiedendosi se la scelta fatta sia giusta, quale sarà la reazione dei propri cari strappati dalle loro case e dalla loro quotidianità, e soprattutto cosa riserverà il domani. C’è chi non lo vede e chi invece vive di speranza. Ahmad è uno di questi.

“Tornereste in Siria?”, chiediamo. “Impensabile con queste condizioni”, ci dice. Risposte analoghe vengono da altre famiglie incontrate. “Qualora il regime collassasse e tornassero delle condizioni dignitose e rispettose dell’essere umano saremmo i primi a tornare a casa per ricostruirla dalle fondamenta, riprendendoci ciò che è nostro”.

L’occidentale contemporaneo non può capire il significato di quest’ultima frase, così forte e diretta. Non abbiamo mai vissuto la guerra in prima persona, non abbiamo mai dovuto lasciare la nostra casa da un giorno all’altro perché la casa del nostro vicino è stata distrutta da una bomba traumatizzando – forse per sempre – un componente della nostra famiglia. Non abbiamo mai dovuto vivere alla giornata, vedendoci impossibilitato il rientro nel nostro Paese. Cosa ne sappiamo, in effetti, della guerra?

Non abbiamo, dunque, nessun diritto di classificare coloro di cui non conosciamo le storie e che bussano disperati alle nostre porte come ‘finti rifugiati’ o persone ‘che non stanno poi così male’.

Dobbiamo solo ascoltare, in silenzio.

 

Mattia