Ciò che resta

Ciò che resta

La porta sbatte pesante dietro le spalle. Mi guardo intorno e ritrovo il familiare salone di casa, le finestre si aprono su grovigli di strade e file di palazzi. La valigia polverosa è aperta ai piedi del letto. Dallo zaino sfatto sulla scrivania, spunta un quaderno scarabocchiato di ricordi e pensieri sparsi. E mentre li scorro con nostalgia penso a cosa mi sono portata via da questa splendida terra.

 

Della Giordania mi resta il silenzio del deserto, l’aria piatta e afosa che ti sfiora le mani, e le infinite distese ocra che si srotolano all’orizzonte. Mi rimane il ricordo di vestiti impolverati e piedi sporchi dopo una giornata passata a giocare nella sabbia e l’eco di risate che riecheggia nel vento.

 

Mi rimangono impressi innumerevoli tramonti, luce calda che sfuma oltre un mare o un deserto e mi inonda di meraviglia. Sono istanti stampati indelebili nella mia memoria.

 

Mi resta l’ammirazione per l’ospitalità di questo popolo, le cui persone mi hanno invitato nelle loro case, fatto sedere con loro e offerto il tè senza farsi troppe domande su chi fossi o su cosa volessi.  Lo stesso senso di ospitalità che ha spinto il paese ad accogliere circa 2 milioni e mezzo di rifugiati tra Siriani, Iracheni, Palestinesi e molti altri.

 

Mi resta il grandioso coraggio dimostrato da padri e madri siriane, sorelle e fratelli vittime di un conflitto indiscriminato che li ha costretti ad abbandonare tutto e ricominciare altrove. Ricordo nitidamente i loro occhi, velati di dolore e sofferenza ma allo stesso tempo pieni di resilienza e dignità.

 

Però, dalla Giordania mi porto a casa anche un senso di indignazione, indignazione nei confronti di politiche becere e razziste che pervadono l’Italia e che inneggiano all’odio e al disprezzo del diverso. Che non costruiscono ponti, ma muri e barriere per nascondere l’umanità che ci accomuna. Retoriche che mi risultano così estranee e stonate di fronte ai racconti di orrori, fughe, perdite e paure che ho ascoltato con sgomitato silenzio.

 

Ma sicuramente mi porto a casa un grande senso di responsabilità, responsabilità nei confronti di queste famiglie che hanno deciso di affidarmi la loro storia nella speranza forse, di farmi testimone di queste atroci realtà che esistono a poche ore di aereo da casa nostra. Realtà che spesso cerchiamo di ignorare o di ridurre a sterili numeri e statistiche. Ebbene, queste persone non sono solo dati; sono padri, madri, figli e fratelli che hanno sogni e speranze come le nostre.

 

Forse, la cosa più importante che mi resta dopo questo viaggio è la consapevolezza di non poter rimanere indifferenti di fronte la tragedia della sofferenza umana. Di non potere chiudere gli occhi, i porti o girarsi dall’altra parte per non vedere. Abbiamo il dovere di conoscere e cercare di comprendere. Io personalmente mi porterò sempre dietro i sorrisi, gli sguardi, le lacrime e le parole che mi sono state regalate in queste settimane nella speranza di riuscire a dare un giorno una voce a chi non ce l’ha.

 

 

Raffaella