Sono le 4 del mattino. Il canto del muezzin mi sveglia abitualmente dal mio arrivo in Giordania. Mi giro e rigiro scocciata nella speranza di riaddormentarmi. Sento il pavimento duro sotto di me e immagino le occhiaie che avrò domani, consolandomi del fatto che non sarò io a notarle, dato che non ho uno specchio in cui guardarmi.

C’è un qualcosa di liberatorio nel sapere che anche questa mattina il mio aspetto non avrà importanza. Prenderò quella maglietta che emerge dal mucchio di vestiti nella valigia e la giornata inizierà. Dal momento in cui sono arrivata in Giordania, mi sono liberata dalla convinzione che la gratificazione derivi dalla moltitudine di oggetti e averi di cui mi circondi. La scelta del colore dei pantaloni, il telefono scarico, le scadenze imminenti e i programmi in agenda. Il distacco dalla familiare quotidianità e l’inserimento in questo nuovo contesto precario mi sta facendo riscoprire la profondità della semplicità. Colmata da questa consapevolezza, riscopro la bellezza di vivere in modo essenziale. D’un tratto tutto il resto mi sembra superfluo, quasi inutile. Spogliata da queste illusioni, mi rendo conto che le priorità sono cambiate. Ciò che ora mi interessa davvero è la persona di fronte ai miei occhi, vivere questi momenti senza distrazioni.

 

Durante l’incontro con le famiglie siriane il mio esserci è dare spazio alla dignità delle loro storie. Mentre mi siedo tra loro, la mia mente non è impegnata a meditare una risposta per ribattere subito al mio interlocutore. Quei momenti di silenzio che tanto fanno paura nella mia frenetica realtà diventano ora attimi pieni di significato. Il dialogo si trasforma in ascolto per l’ascolto.

Non vi sono orologi, non ci sono scadenze, né fretta né premura: è un tempo lungo, fluido e indefinito. I momenti sono scanditi dalla naturalità dei discorsi. Si instaura un rapporto diretto che prescinde dalla mediazione degli operatori Caritas che ci accompagnano, fatto di sguardi, gesti, sorrisi e posture.

 

Mentre guardo il volto di un padre torturato e mutilato in Siria, che si sforza di alzarsi a salutarmi, e ammiro la dignità di una donna scappata dalle bombe che strapazza il cuscino per farmi sedere più comoda, d’un tratto le mie preoccupazioni quotidiane appaiono futili. È sorprendente e straordinario come si riesca a condividere con loro momenti di pura felicità e spensieratezza nonostante l’inspiegabile dolore vissuto.

La goffa capriola di un bambino ci congiunge in una risata comune. La complicità che si instaura tra noi ci rende consapevoli dell’umanità che ci accomuna e che ci unisce nonostante la diversità delle nostre culture: tutte le categorie e i pregiudizi cadono in frantumi. In quel momento si crea una vicinanza che va oltre il vissuto e la motivazione che mi ha spinta ad essere lì.

 

Ecco che d’un tratto il letto non mi sembra più così scomodo. Il muezzin ha concluso la preghiera. Dalle finestre entra la luce calda dell’alba. E’ tempo di alzarsi. Yalla!