Tutto ancora così vivido

Tutto ancora così vivido

Sapevo che questo momento sarebbe arrivato.

Circa due mesi fa ero in Giordania, è passato tanto tempo e ancora non sono riuscita a parlare di quei giorni e dell’eco insistente che hanno scaturito nella mia testa.

Stavo scrivendo una relazione per l’università e forse solo oggi ho avuto modo di lasciar naufragare i pensieri oltre le righe che stavo leggendo, al di là delle mille avventure di queste ultime settimane.

Stavo giusto digitando frasi sparse riguardanti migranti, percezioni distorte, politiche di accoglienza errate. Collegato a ciò ritenevo corretto, da parte mia, aggiungere una parte di dati che ho potuto osservare e toccare in prima persona, quest’estate, nella bella Giordania.

C’è un paragrafo nel World Report di Human Rights Watch che elenca una serie di migliaia di persone, racchiuse in numeri di tre o quattro cifre, distribuite su sei righe.

Mi fa male leggere queste righe.

Studio scienze politiche, so bene che è necessario razionalizzare, contare, definire dei modelli, generalizzare le situazioni per poterle comprendere e poi, eventualmente, studiarle più da vicino.

Mi fa male leggere queste righe perché la consapevolezza di un “oltre” non è contemplata da molte persone. So che non è facile ed immediato andare al di là dei conti e delle statistiche.

Io li vedo sullo schermo del mio pc; vedo i loro volti, ricordo i loro nomi, sento riecheggiare le loro voci. Li vedo e lo sfondo bianco oscura il mio campo visivo. Rivedo la polvere, il cielo così azzurro, intriso di sole, sento le risate nell’aria, le vibrazioni di una stretta di mano. La palla rimbalza e tutti corrono, sudano, i teli verdi ondeggiano nell’aria piatta e afosa.

Vedo occhi scuri, lucenti, proprio come vedo occhi chiari e scarichi. Ricordo le mani porgersi verso di me, percepisco gli abbracci che mi hanno fatta sentire nel posto giusto.

Risuonano in questa stanza europea i canti dei bambini, i clacson impazienti, gli schiamazzi azzardati della sera. Riesumo l’inadeguatezza che ho provato i primi giorni, l’allegria, l’aspro sapore della frutta, i colori della notte in mezzo al deserto.

Non ci sono più parole, né numeri.

In questo bianco non vedo odio, non provo timore, ma anzi desidero e respiro la diversità.

Sento tanti piccoli cuori che mi parlano una lingua che non conosco, ripeto i suoni gutturali che tanto ho provato ad imitare per farmi capire almeno un po’.

Ricordo il ritmo dei miei passi timidi, disattenti; la comprensione di chi ha ascoltato i miei sfoghi, l’emozione negli occhi di persone che ho imparato a conoscere e rispettare, i tanti shukran che mi sono stati regalati.

Mi sento felice nei miei ricordi, ma questi numeri mi incupiscono: neri, geometrici, così diversi da ciò che rappresentano.  Desidero semplicemente un mondo che vada oltre il bianco e nero, che si appassioni di ogni sfumatura; un mondo che vada oltre le definizioni, i limiti, gli schermi, i vetri di un finestrino; oltre i confini.

Desidero un mondo che si lasci travolgere dall’immensità della vita.

Andate oltre ciò che vedete, guardate meglio, scoprite il lato buono di ogni cosa e di ogni luogo, avventuratevi nelle incognite che vi sbarrano la strada, superate ogni limite, ogni paura, aprite il vostro cuore alla conoscenza. E, infine, non dimenticate tutto ciò che avrete scoperto oltre quei pochi numeri.

 

Eva

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