La terra non tradisce mai

La terra non tradisce mai

Mi trovo in campagna, a vendemmiare, è qui che mi sono rifugiato nei giorni seguenti al rientro dalla Giordania. Per me questo è un rifugio, inoltre, sento che, concentrandomi sul lavoro, riesco a scacciare quella sensazione di nostalgia mista a compassione che mi è rimasta incollata appena uscito dall’aeroporto di Venezia, una volta rientrato in patria.

Ho sempre amato la campagna, ma adesso sento di apprezzarla anche di più. Da dove vengo, Conegliano, la campagna è un silenzioso compare della città: la cinge, l’abbraccia e, segretamente, non smette mai di rimanerle accanto. Qui tutti, chi più chi meno, anche se si allontanano da questi luoghi, non smettono mai di portarsi dentro i campi su cui sono cresciuti.

Mentre vendemmio non posso far a meno di ripensare alle famiglie del piccolo accampamento alla periferia di Mafraq, a come, lavorando nei campi, mi senta, in qualche modo, indissolubilmente legato a loro, che vivono di pastorizia e dei frutti della terra.

Mi rimbomba in testa “Robi, ricordati: la terra non tradisce mai”. Questa frase era solito dirla mio nonno, il primo che acquistò il terreno sul quale ora mi trovo a lavorare. Lo acquistò per la sua famiglia, lo lasciò ai suoi figli (mio padre e mio zio) i quali, un giorno, lo lasceranno a noi. Così il suolo diviene come un tacito testamento e la terra è la carta calpestata dai piedi di generazioni di uomini che l’hanno lavorata per dare un futuro alla propria prole, la quale rimarrà a testimonianza dell’esistenza di chi li ha preceduti.

Dopo un’intera giornata sui campi mi sento affaticato. Amo la sensazione di fiacchezza che mi attanaglia dopo un giorno di lavoro. E’ la ricompensa del tempo ben speso. Anelo a questo stato d’animo e alla profonda serenità che ne scaturisce. In fondo è questo il massimo sentimento che mi ha regalato l’esperienza in Giordania. Ogni giornata estenuante iniziata alle 8 del mattino e conclusa, tra lavori, attività e condivisioni, alle ore piccole della notte aveva, come premio, l’eterea consapevolezza di aver impiegato bene ogni istante. Fortunatamente è stata proprio questa avvedutezza che mi ha accompagnato nei giorni che sono seguiti al mio rientro, prevalendo sulla malinconia e sul senso di smarrimento.

Conclusasi questa esperienza il mio cervello non voleva dirmi altro se non “ancora”. Volevo mettermi in gioco un’altra volta, volevo sudarmi di nuovo il mio momento di spensierata letizia dopo un giorno trascorso a contatto con le persone, dopo aver domato i più intimi singulti della mia anima irrequieta che si è trovata in una situazione non familiare, sconosciuta, spaventosa, con l’unico difficilissimo obbiettivo di comprenderla e farla sua.

Ma ricominciare nuovamente tutto non era possibile. Ero appena rientrato, così mi sono detto che la cosa più saggia da fare era vendemmiare, cioè tornare a quella terra che mi ha generato, che, in un certo senso, mi ha spinto a partire, per poi riattrarmi a lei. Io so che, come quella parla a me, sussurrandomi alle orecchie parole rassicuranti, così anche le orecchie delle famiglie di Mafraq non hanno mai smesso di farsi attirare dal dolce canto della loro terra, dalla quale sono stati costretti a fuggire, troncando brutalmente l’abbraccio della loro madre.

E’ tragico pensare che un sodalizio così benevolo come quello tra patria e popolo debba concludersi per un volere incomprensibile e più alto del nostro.

Mi sorprendo commosso, mentre taglio i piccioli dei grappoli d’uva saldamente legati alle viti, e penso che è vero: la terra non tradisce mai, ma, a volte, l’uomo è costretto a tradire lei.

 

Roberto

Tags: