Day 16 – Una poesia, una sigaretta e una sola speranza

Day 16 – Una poesia, una sigaretta e una sola speranza

Il sole è già alto in cielo quando ci facciamo strada tra le vie trafficate di Al Karak per incontrare un paesaggio sempre più scarno, deserto, ma stranamente familiare. I bambini giocano divertiti tra le strade, fermandosi con aria incuriosita al nostro passaggio, le donne se pur coperte da scuri veli camminano a passo veloce tenendosi per mano, forse in fibrillazione per la prossima settimana di festa. Sento la macchina rallentare e vedo in lontananza un vecchio signore che ci saluta invitandoci ad entrare. In casa ci accoglie sua moglie, una donna con gli occhi giovani e vispi, che ci intrattiene con le sue buffe espressioni. Pur non capendo la loro lingua, il tono della loro voce, la profondità delle loro parole, i loro sorrisi erano diventati per me come un libro aperto.

Scopriamo presto in Hasan la passione per la poesia e senza insistere troppo ci fa leggere qualche suo pezzo.

Rimaniamo in ascolto diventando noi stessi personaggi delle sue storie, passanti per le strade di Karak, poeti in cerca di ispirazione, anime senza una casa e senza un perché, semplici uomini in cerca della felicità perduta tra le macerie.

Oh Siria, mia Siria.

La sua voce prima così profonda e incalzante diventa sempre più debole e fioca, sfumandosi in una lunga pausa apparentemente silenziosa, che ci avvolge in un turbine di emozioni a cui non riesco a dare un nome.

Penso alla mia casa, alle mie sicurezze, ai miei nonni.

In loro rivedo la stessa dolcezza, apprensione e forza, lo stesso legame per la propria terra distrutta dall’alto, lo stesso dispiacere nel vedersi inermi di fronte a tutto questo.

La lontananza dalla propria madre terra, da un passato gioioso e da un futuro certo insieme alla sua famiglia ha portato Hasan a maturare una forte tosse impossibile per lui da curare non per la mancanza di denaro per procurarsi le medicine adatte, ma di volontà, di speranza.

Gli occhi di Hasan e Malaq non rimarranno per me dei semplici ricordi descritti in una fotografia, ma un mare in cui immergermi per trovare un pensiero felice, un’emozione forte, un gesto d’affetto.

Dopo un pranzo sostanzioso ci immergiamo nella periferia di Al Karak per la field visit pomeridiana.

Ahmad ci sta aspettando sulla soglia della strada con due dei suoi figli, un braccio attorno alle spalle del primo, l’altra che accarezza il secondo.

Ci fa strada su un piccolo sentiero che si addentra nel giardino.

Prima di entrare noto i vestiti appesi con ordine contro il muro ad asciugare: dev’essere una famiglia numerosa.

Entriamo in una stanza incorniciata da materassi e adornata unicamente da un piccolo televisore, le cui immagini e rumore colmano il silenzio e le attese.

Ci raggiunge la moglie, solare e affaticata dal bimbo che porta in braccio.

Sono in sei, la figlia più grande ci fa compagnia solo durante le presentazioni, mentre il resto della famiglia rimane con noi per tutto il tempo, chi si stringe sui materassi, chi per terra, l’ importante è che sia l’ospite a sentirsi a proprio agio.

Mentre il figlio maggiore ci prepara il tè, il padre comincia a raccontarsi. Nel 2014 abbandonano Dar’a, sarebbe stato un viaggio breve, in altre circostanze.

In queste, una volta al confine vengono presi dall’esercito e passano la notte allo Zaatari.

La moglie approfitta di una breve assenza del marito per spiegarci quanto sia orgogliosa di lui e dei sacrifici fatti, dell’aver rinunciato a studiare ed aver cominciato a lavorare a causa della prematura morte paterna.

Qui in Giordania si sentono accolti, circondati da fratelli. Il loro accento non si può nemmeno definire totalmente siriano, considerando la vicinanza con il confine giordano della loro città natale.

Mi soffermo ad osservare il volto di Ahmad, i suoi occhi neri vengono nascosti ritmicamente da qualche nuvola di fumo di sigaretta, è sereno, nonostante tutto. Qui i bambini sono felici, vanno a scuola, hanno la possibilità di sognare: uno dei figli vuole studiare il francese, come il padre avrebbe voluto fare.

Ma la loro terra rimane la Siria, e quando le cose si sistemeranno torneranno a casa, ci dicono.

Incontri come questi sono un balsamo per l’anima. Non abbiamo scavato per scoprire quali storie dolorose abbiano scolpito i loro visi, quali perdite abbiano affaticato i loro sguardi.

Scherzando con i bambini, sorridendo alla madre, mi sono sentita a casa. Dobbiamo andare dalla seconda famiglia, ci sta aspettando, ma nessuno di noi avrebbe voglia di rifiutare quell’invito a cena ripetuto più volte.

Il padre e i ragazzini ci accompagnano all’ uscita e, come quando siamo arrivati, aspettano sulla soglia della strada che la nostra macchina si allontani.

 

Eugenia e Chiara