Day 14 – A scuola di domani

Day 14 – A scuola di domani

Forbici, bolle di sapone, cannucce e fili colorati: li infiliamo nella borsa della spesa e speriamo che questo basti per affrontare la schiera di bambini siriani che ci aspetta al Kindergarten. E’ la prima volta ci vado, ma mi sento agguerrita, perché, armata della mia esperienza e dei miei studi, parto convinta di poter gestire alla perfezione la situazione. Quando il pulmino si ferma, riconosco subito il cancello dell’asilo, che è identico a quello delle suore del mio paese. Varco l’ingresso e le piastrelle di cemento colorato mi confermano che sono a casa. Ci dividiamo nelle classi, io entro nella prima e saluto con un sorriso. La sicurezza però sparisce subito quando vedo la maestra e i bimbi proseguire con serietà nel loro lavoro, chini sui libri di matematica. Mi rifugio in fondo alla classe, dove due bambine dagli occhi chiarissimi mi fanno cenno di sedermi vicino a loro. Stanno imparando i numeri da 1 a 20, e la maestra glieli fa gridare forte pur di coinvolgere tutti. Li urlo assieme a loro, e, seduta su quella piccola sedia mi sento subito di dover ridimensionare l’orgoglio e la presunzione. Con un gioco i bimbi imparano a fare anche le prime addizioni e sottrazioni e io mi faccio contagiare dal loro entusiasmo. Poi si riapre il libro, che le mie compagne di banco sfogliano voracemente. Provo ad aiutarle a fare un paio di esercizi, ma in realtà sono loro a correggere il mio modo bizzarro di scrivere al contrario. La maestra mi lascia un foglio dicendomi di ripetere lì l’esercizio, così io cerco di applicarmi facendomi aiutare dalle mie due piccole insegnanti.

Arrivano i sacchetti con la merenda, io provo a rendermi utile aiutando i bambini a gestire le varie cose a loro disposizione, ma niente, anche in questo il mio contributo si rivela superfluo se non dannoso. Mi sento sciocca, a pensare di poter insegnare a questi piccoli come affrontare queste semplici sfide, quando ogni giorno la vita chiede loro di superare ostacoli ben più grandi.

Nel pomeriggio entro nelle case di questi piccoli grandi eroi; le esperienze di incontro sono diverse, ma tutte accomunate da un particolare sentimento di speranza concreta e priva di illusioni. Le donne che mi accolgono descrivono con orgoglio i successi dei figli nella scuola e nello sport: è in loro che ripongono le speranze per un futuro migliore, è a loro che augurano una brillante carriera, in Giordania o all’estero (inshallah), è per loro che hanno deciso di lasciare la patria in cerca di libertà, sicurezza, stabilità. Una delle madri ci racconta della sua Siria che non c’è più; dice che mentre gli edifici torneranno, il sentimento di sicurezza non potrà mai tornare. La lucidità del suo ragionamento fa riflettere: ciò che conoscevano, ciò che era la loro quotidianità precedente non esiste più. E in questi giorni abbiamo imparato che non è facile, per alcuni, ammetterlo. Li saluto augurando loro il meglio per i figli: da questi incontri sto imparando che in essi sono riposte speranze e aspettative, che l’educazione è percepita come la via che può fare la differenza. È lo studio che apre a questi ragazzi la possibilità di ricostruire l’identità della propria famiglia: se la guerra ha tolto loro la possibilità di scegliere, l’istruzione è ciò che può restituirgliela.

 

Elisa e Riccardo