Day 10 – Parole

Day 10 – Parole

I 15 giorni di questo viaggio sono ormai arrivati al termine e di tutte le esperienze vissute ci portiamo a casa un album di fotografie: panorami, tramonti, volti, dai colori e dalle sfumature più contrastanti, che rispecchiano l’altalena delle diverse emozioni che abbiamo provato in ogni momento. Troppo complesse da spiegare in qualche riga, ma troppo semplici e immediate per una descrizione dettagliata; sono parole che accendono in ognuno di noi ricordi differenti ma ugualmente intensi.

TÈ. È il simbolo della sacralità dell’accoglienza che ogni famiglia mi ha dimostrato e trasmesso. È ciò che Hassan mi versa in un sottile bicchiere di vetro nel suo piccolo villaggio vicino a Mafraq, tra qualche mosca e tante parole sulla Siria. È un gesto che anche per me è ormai abitudine, in grado di rompere l’imbarazzo iniziale e di farmi sentire a casa. È dolce, bollente e speziato.

MUEZZIN. È la voce che risuona dagli altoparlanti di ogni minareto e che ci accompagna nel corso della giornata. È la melodia che inizialmente spiazza tutti noi, che non capiamo da dove provenga. È ciò che una notte, alle 3.30, scelgo di aspettare rimanendo sveglia per più di mezz’ora per poter ascoltare lucidamente l’unico suono che vibra nel silenzio. È soave, poetico e improvviso.

CASA. È l’abbraccio di un edificio che circonda e protegge il cortile interno della parrocchia. Sono i ragazzi e i bambini che stanno ad attendere ogni mio ritorno da una giornata di servizio. È Emily che con il suo fare materno non manca mai di aggiungere un sapore, un colore, una spezia ai nostri pasti. È Abuna e l’affetto incondizionato che ci dona. È un sospiro di sollievo nel ritornare da una giornata impegnativa. Perché casa è ricongiungersi; casa è confronto, accoglienza e condivisione.

OCCHI. Sono emozioni e colori che più di ogni altra cosa mi rimangono impressi nel cuore, indelebili. Sono la tristezza impotente di Yashem, che mi parla della sua fuga dalla Siria e dell’interruzione dei suoi studi, mentre prende in braccio il figlio piccolo proiettando su di lui tutte le sue speranze. Sono il verde acqua intenso che contrasta con il nero del velo che li circonda sui volti delle donne che mi osservano curiose nella classe di una scuola. Sono lo stupore disarmato che ci unisce dopo un pomeriggio trascorso insieme alle famiglie di Mafraq, che ci accolgono con semplicità e immenso calore aprendoci le loro case e i loro cuori. Sono pienezza, vita e silenzio.

INSHALLAH. Non è solo un ricorrente augurio, ma è per me una delle più grandi manifestazioni di fede; tutta la fiducia è posta nei disegni di Allah. “Inshallah, a Lui piacendo, accadrà come più desideriamo” implicitamente potrebbe suonare: “Ma se ciò non rientra nei suoi piani, saremo pronti ad adeguarci”. “Inshallah” nel corso della visita alla famiglia di Khaled dà voce al mio grande desiderio che si realizzi tutto ciò che di più bello ci stiamo immaginando. Inshallah, se Dio vorrà, un giorno di nuovo Khaled mi accoglierà nella sua casa per continuare a parlare e sorseggiare tè. Ma, inshallah, mi ospiterà nella sua vera casa, quella di Damasco e assaggiando i prodotti della verde Siria, inshallah, capirò appieno come questo Paese sia unico. Inshallah è pazienza, speranza, attesa fedele.

SABBIA. È il deserto che caratterizza questa terra, dalle dune del Wadi Rum alle strade polverose che percorriamo in pulmino. Sono i granelli sottili che si appiccicano alla nostra pelle sudata e ricoprono le nostre scarpe, inglobandoci nel paesaggio che ci circonda facendoci diventare un tutt’uno con esso. È lo strato di ricordi che ci portiamo a casa e che non potrà essere lavato via, perché è ormai parte di noi. È ruvida, calda e avvolgente.

SILENZIO. È lo scorrere del fiume di pensieri e di emozioni dentro di me. È l’intraducibilità di alcune mie riflessioni. È la necessità di lasciarsi perdere, per un attimo, nell’intricata rete di domande. È il nuotare dentro attimi. È l’assordante grido di amore quel silenzio che cala nel nostro pulmino di ritorno da Mafraq. È un silenzio che parla da solo dopo una lunga giornata trascorsa condividendo con le famiglie del villaggio risate, parole, tè e una abbondante cena. Dopo ore intense e movimentate è solo ora, sulla strada verso casa, affacciata al finestrino, che faccio i conti con tutto quello che ho vissuto. Il mio silenzio è espressione ora di gioia, ora di dolore, articolato e variegato come le emozioni provate. Ma il mio silenzio si incastra perfettamente con quello dei miei compagni: ancora una volta siamo in totale sintonia e il nostro silenzio produce un’armonia. Il nostro silenzio è volontà di comprendere, ricordare, di non lasciarsi sfuggire niente, è un primo importante momento di sosta che ci porta poi a una necessità vitale di confronto e dialogo, due modi diversi per esprimere tutte le bellezze e difficoltà della vita. Ma il silenzio prima è fondamentale. È profondo, condiviso, senza filtri.

SORRISI. Sono la spensieratezza dipinta sul viso paffuto di un bambino a cui faccio il solletico al kindergarden. Sono la voglia di ricominciare nonostante tutte le difficoltà e le sofferenze che la donna di una famiglia irachena mi racconta, con il cuore in mano e la speranza di un futuro migliore per i suoi due figli. Sono il più semplice modo per comunicare affetto e riconoscenza per la disponibilità e l’apertura che tutte le famiglie ci dimostrano aprendoci le porte delle loro case. Sono luminosi, grati e gratuiti.

SHUKRAN. È un grazie. È la prima parola che abbiamo imparato in arabo e quella che abbiamo usato di più nel nostro quotidiano, pronunciata con una mano sul cuore e uno sguardo gentile. È spontanea e dovuta. È per tutte le persone che abbiamo incontrato nel nostro viaggio, per chi ci ha accolti e ospitati, per chi ci ha guidati e supportati, per chi ha avuto pazienza e per chi ha dimostrato coraggio. Grazie.

 

Claudia e Laura