Day 7 – Forza

Day 7 – Forza

Ti sei svegliato nel cuore della notte, al canto del muezzin. Ormai sono già diversi giorni che ti trovi in Giordania e quel canto delle 4 di mattina è diventato quasi un appuntamento regolare per te. All’inizio proprio non lo sopportavi, insomma a quell’ora qualcuno dovrebbe voler dormire e tu, infatti, eri quel qualcuno, ma poi è stato diverso, è diventato un po’ parte di te. É un canto duro, pensavi, ma con una nota di dolcezza, un po’ l’ossimoro della cultura araba, forse.

Dopo questi fugaci pensieri sei scivolato di nuovo nel sonno, di lì a poche ore sarebbe iniziata una giornata molto impegnativa e tu volevi essere pronto.

Appena riaperti gli occhi hai indugiato un po’ a letto, prima di andare a messa. In effetti avevamo promesso ad Abuna che tutto il gruppo si sarebbe recato in chiesa per la cerimonia domenicale. Nessuno di noi era particolarmente credente, tu per primo, ma sapevi che, per l’uomo che ci ha accolti in casa propria come suoi figli, era il minimo per esprimere la nostra gratitudine.

Una volta iniziata la messa c’è da dire che te ne sei stato nel tuo, non capivi l’arabo. Così hai approfittato del momento per guardarti un po’ intorno: i volti dei fedeli ti hanno stupito, perché non c’era nulla di stupefacente. Ti hanno ricordato le migliaia di facce familiari che, a 8 anni, vedevi in chiesa, quando ci andavi con tua nonna. Hai rivisto il volto di Gianni, l’attempato pescivendolo della pescheria all’angolo, hai rivisto Lucia, la tenera vecchina che una volta ti regalò una caramella dolcissima, e come loro ne hai visti altri, lì, tra la gente della chiesa giordana.

“Noi canteremo in arabo, poi voi in italiano”. Questa frase di Abuna ti ha strappato dal filo dei tuoi pensieri e ti ha riportato sulla Terra. Chi è che dovrebbe cantare?! Ma se in tutta la chiesa (enorme) saremo appena una ventina! Ma poi è accaduto qualcosa, non hai visto chi, ma qualcuno dei tuoi ha iniziato ad intonare una strofa, qualcun altro poi gli è andato dietro, ancora altri tre, quattro e alla fine senza che neanche te ne accorgessi tutto il gruppo stava cantando. Certo, non era un canto possente, eppure tutti eravamo in coro, scandendo il ritmo con le mani al punto che, poco a poco, anche qualche famiglia ha iniziato ad imitarci, abbattendo quell’iniziale muro di disagio; e tu ti sei un po’ stupito, perché, dopotutto, loro cantano le stesse canzoni che tu, a 8 anni, cantavi con tua nonna, ti sei un po’ stupito perché, dopotutto, non c’era nulla di stupefacente.

Nella tua testa c’è stata un’esplosione, energia pura e potentissima, incontenibile. Si è innescato un Big Bang di proporzioni colossali che ha generato un universo di emozioni, di pensieri. Ti stava scoppiando il cervello, tempestato di stelle, pianeti e galassie. É stato troppo per te, non poteva rimanere tutto dentro qualcosa di così piccolo come un cranio umano. Così l’hai lasciato uscire. Hai generato e liberato un’onda e ti ha lasciato così: con un groviglio di pensieri informi ed intricati che occupavano tutto lo spazio libero della tua mente. Ti ho visto confuso, spaesato, mai così prima d’ora. In quell’istante avevi bisogno di una sensazione familiare che ti guidasse verso flutti sicuri, fuori dal mare in tempesta che ti stava governando: eri appena stato sconvolto. Sei tornato un ignaro bambino, che prova per la prima volta uno stato d’animo sconosciuto, è stata una scoperta di te stesso. Ti sei ritrovato, in mezzo al desolato nulla del deserto, nel centro del niente.

Tu, però, ancora non sapevi che, quella stessa sera, ti saresti sentito così, che tutto ciò sarebbe successo di lì a poche ore. In quell’istante, infatti, sei uscito dalla chiesa e l’unica cosa a cui stavi pensando era il pranzo, nient’altro.

Improvvisamente è giunta l’ora di avviarsi verso Al Mafraq. Nei giorni precedenti i ragazzi di Non Dalla Guerra avevano più volte provato a raccontarci l’emozione di passare del tempo assieme alle famiglie siriane che vivono lì, nei pressi della periferia della città, in un campo informale senza nome. Ma è qualcosa che non può essere raccontato con la medesima intensità con cui va vissuto. Queste stesse parole non sono altro che una riproduzione di quella che è la realtà e, in quanto riproduzione, possono solo ricalcare grossolanamente i contorni della vera sostanza che permea la vita lì.

Una volta che il gruppo è stato al completo il pullman per Mafraq si è avviato. Forse ti sei addormentato, o sei solo stato distratto, ma ad un certo punto hai visto che il veicolo ha curvato, abbandonando la strada asfaltata e prendendo una via in terra battuta che si diramava nel deserto, quasi indistinguibile da esso; in un batter d’occhio ti sei trovato in mezzo al nulla.

In lontananza hai intravvisto qualche scheletro di casa e delle carcasse d’auto abbandonate, nient’altro, solo aperte distese pianeggianti di sabbia.

Poi, repentinamente, hai scorto una tenda, e un’altra, poi un ragazzino che pascolava le capre, mentre poco più avanti un’anziana col velo sedeva a braccia conserte fissandolo. Tutto questo è avvenuto con una sequenza quasi onirica. Più il pulmino si addentrava nel deserto più ci si perdeva in un sogno. La realtà ha retroceduto e, poco a poco, ci si è insinuati in un luogo fuori dal tempo e dallo spazio.

In qualche minuto il gruppo è giunto a destinazione: siamo arrivati ad un piccolo insediamento. Lo hai guardato bene, lo hai studiato. Hai visto poco più di un accampamento, composto da una quindicina di casette rettangolari ad un piano e col tetto piatto. Sono state costruite da coloro che le abitano (ti avrebbero detto in seguito), con mattoni di calce, e distribuite ordinatamente all’interno di un’ampia area rettangolare, lasciando al centro uno spiazzo esteso e con giostre per i bambini e giovani piante d’ulivo, non più alte di un metro.

In quel luogo hai percepito la vita pulsare da ogni angolo. Le famiglie che ci hanno accolto sono scappate dalla Siria e, tra mille difficoltà, si sono costruite da sé un luogo che potessero chiamare casa.

Ti ha colpito l’estrema semplicità con cui viveva quella gente, quel poco che avevano lo hanno offerto ad un gruppo di sconosciuti appena arrivati. Ci hanno sorriso, insieme abbiamo ballato, fumato il narghilè, preso il tè. Abbiamo giocato con i loro bambini, sollevandoli sulle spalle fino a spezzarci la schiena, solo per farli scoppiare in mille risate e saziarci dei suoni di una gioia genuina.

Lì in quel luogo, in quel momento non hai sentito altro che la consapevolezza di trovarti esattamente dove avresti dovuto essere. In quelle ore hai saputo di appartenere a quelle persone e a quegli attimi e l’esistenza ha fluito armoniosa attraverso le tue membra, sei stato in pace.

Non c’è malignità, né tristezza perché gli abitanti di quel posto l’hanno conosciuta, la vera tristezza, e con uno sforzo sovraumano hanno deciso di sradicarla dalle loro case, per garantire ai propri figli quel tipo di futuro sereno che ogni genitore desidera donare alla prole.

In poco tempo, nonostante in realtà fossero già passate diverse ore, si è fatto sera e tutti noi abbiamo cenato, dividendoci ognuno nella casa della famiglia a cui più ci eravamo legati.

Durante il pasto quell’armonia ha a colpire tutto il gruppo. Ciascuno di noi si è sentito felice, nel senso più autentico della parola. Siamo stati attraversati da emozioni complesse e sconvolgenti, che non siamo stati in grado di spiegare nemmeno a noi stessi.

In men che non si dica il tempo per stare insieme era giunto al termine ed era notte.

Tutta la stanchezza fisica e mentale della giornata ha iniziato a manifestarsi nel viaggio di ritorno, dove, per l’intero tragitto, non una sola parola è stata pronunciata. Qualcuno ha cercato di dormire, qualcun altro aveva gli occhi lucidi. Tu, invece, hai fissato fuori dal finestrino, pensieroso.

In Giordania hai incontrato molte persone diverse che, in situazioni umanamente inimmaginabili, hanno reagito in modi differenti. Ma, in particolare, è la reazione degli abitanti di quel villaggetto a cui hai pensato, alla loro forza.

Hai visto che la tristezza nella loro mente è una belva ferina e scalciante, che è affamata. Vorrebbe alimentarsi dei loro cuori e dei loro spiriti, per trascinarli nell’oblio e lasciare una voragine incolmabile là dove prima pulsava la vita in tutto il suo rigore. Ma non può: proprio la loro forza glielo impedisce, essi sono Teseo sceso nel dedalo delle loro teste, l’hanno ripudiata, respingendola in un anfratto. Sanno che non potranno estirparla, è parte di loro, è l’ombra che il loro corpo proietta sui muri delle loro case, quando è colpito dalla luce. Ma è proprio questo il punto: hanno combattuto e difeso quella luce, che loro stessi amano tanto, quella luce del sole mediorientale che, anche se genera ombre, crea, prima di tutto, vita. La vita dei loro figli.

 

Roberto