Day 5 – Sguardi

Day 5 – Sguardi

Cominciamo la giornata lentamente, stanchi ma pieni di emozioni dopo i giorni passati a conoscere le famiglie siriane di Zarqa e a giocare con i bambini nelle scuole gestite da Caritas.

Oggi ci aspetta una giornata diversa. Subito dopo la colazione saliamo sul pulmino che in questi giorni ci scarrozza per le strade in tipico stile giordano: suonando spesso il clacson e scivolando tra le varie corsie invisibili di queste strade così larghe.

Ad un certo punto siamo obbligati a fermarci ad un semaforo, uno tra i pochi che ho visto fino ad ora, ed è proprio in questo momento che le canzoni di gruppo che fino a poco prima avevamo intonato si fermano. A zittirci sono dei bambini che si avvicinano, cercando di entrare dal finestrino del pulmino.

Nonostante la giovane età sono da soli, saltellano tra una macchina e l’altra con capelli increspati dal sole e occhi profondi. I loro sorrisi lasciano molti di noi in difficoltà. Non sappiamo chi sono questi bambini, non sappiamo la loro storia, se hanno una casa o dei genitori, ma ci basta un loro sorriso dal retrogusto amaro per far si che quando il semaforo diventa verde, molti di noi sentano di aver lasciato a quell’incrocio un po’ delle loro certezze, della loro forza.

Cominciamo così ad addentrarci per le strade caotiche della capitale giordana, scrutati dagli occhi attenti dei locali che ci riconoscono subito. Cercano di salutarci dalla strada con le poche parole di inglese o italiano che conoscono, visivamente colpiti dalle ragazze che viaggiano con noi senza velo.

Arriviamo alla collina della Cittadella di Amman. Il posto è ricco di storia, ma ciò che colpisce molti di noi è la vista sulla città. Sono circa quattro milioni i giordani che vivono ad Amman e la vastità di case, costruite le une attaccate alle altre, ci fa immaginare come è la vita nella capitale. In lontananza la vita si fa sentire, con i suoi suoni di clacson, la cantilena rilassante che proviene dai minareti e il vociare che, con un po’ di attenzione, si può sentir salire dalla città.

Ci perdiamo nelle foto di rito, scherziamo un po’. Molti di noi si conoscono da appena una settimana, ma è come essere tra vecchi amici. L’esperienza che stiamo vivendo in Giordania con Non Dalla Guerra, così piena di emozioni, smuove in molti di noi sensazioni nuove e passione che non riusciamo a contenere. Camminando sotto quel cielo azzurro e senza nuvole continuiamo a pensare alle famiglie conosciute in questi giorni, alle difficoltà dei genitori e ai sorrisi spensierati dei bambini.

Qui non siamo turisti.

Lentamente scendiamo poi verso il vero cuore di Amman. Il ritmo di questa città mi ricorda la locuzione latina “festina lente”, àgitati con lentezza. Camminiamo nel suq, il tipico mercato arabo, stregati dal colore dei banconi, dai richiami dei venditori e dagli odori forti delle spezie. Tra tutta questa quotidianità colgo il volto preoccupato di un uomo di mezza età; si irrigidisce nel vedere le nostre compagne di viaggio camminare al nostro fianco. Una cosa scontata nella nostra Europa che qui, però, porta gli uomini del posto a farsi da parte, ad abbassare lo sguardo e cercare strade alternative.

Ci concediamo di scherzare all’Anfiteatro romano dove con stupore notiamo che il nostro canticchiare diverte le guardie e gli altri turisti presenti.

Impariamo che qui per attraversare la strada bisogna avere il coraggio di buttarsi nel traffico, e così facciamo per raggiungere i classici negozietti turistici. Molti di noi si divertono a contrattare con i commercianti, fa parte del gioco, una legge non scritta che ci concediamo con la complicità della gente del posto. Gesticoliamo, sfoggiamo il nostro arabo elementare o ci facciamo aiutare da chi, tra di noi, così innamorato da questa cultura, l’arabo lo studia davvero.

Tra le risate di chi sa di essersi fatto fregare e di chi è consapevole di aver visto (e volutamente comprato) le cartoline più brutte della sua vita ci avviamo verso la moschea di Re Hussein.

Arrivati siamo accolti da figure dai lineamenti delicati che timidamente si mostrano sotto veli colorati. Aspettiamo la fine della preghiera sorseggiando il tipico shai.

Per entrare nel luogo di preghiera dobbiamo indossare vestiti lunghi e scuri, sorridiamo anche di questo nel cortile bianco della moschea circondato da mosaici azzurri, armoniosi nel ricordare il colore che il cielo ha qui in Giordania. Alcuni di noi si accorgono che basterebbe oltrepassare la strada per entrare nella cattedrale della Chiesa copta.

Entriamo scalzi, subito notiamo la morbidezza del tappeto e, avvolti in un silenzio sacrale, ci sediamo. La cosa non può che avviare in noi un momento di riflessione: una settimana è passata, la fatica che ci portiamo dietro per il nostro lavoro si fa sentire, tanto che alcuni rischiano di adagiarsi nel sonno. Un sonno che però non arriva; continuiamo a guardarci attorno, cerchiamo di cogliere particolari nuovi. Molti di noi sono in questa terra per la prima volta e siamo come vasi vuoti, desiderosi di essere riempiti con tutto ciò che questa esperienza può donarci.

Usciamo silenziosi, istintivamente poi continuiamo a parlare a voce bassa.

Matteo e Anna non sono con noi oggi, hanno deciso di andare a trovare Safean, un rifugiato iracheno che negli anni è diventato un loro amico.

Noi invece, accompagnati dagli ultimi raggi del sole prima del tramonto, risaliamo sul nostro pulmino per tornare a Zarqa. Non tratteniamo le risate, i selfie di gruppo sono il nostro forte, ma continuiamo a mettere la testa fuori dal finestrino.

Attraversiamo le strade di questa città e nel farlo siamo spugne.

Le foto che ho scattato mi aiutano a ricordare tutte le emozioni che provo, così intense, contrastanti, autentiche. Dallo scherzare coi commercianti, al seguire cautamente lo sguardo dei bambini, passando poi per il riflettere su tutte le accortezze che questo paese a maggioranza musulmana ci impone.

Poco prima di scendere dal pulmino mi rimprovero tutta la curiosità che nutro nei confronti delle donne velate che incontro per le strade. Molte di loro sono coperte di un nero che salta subito all’occhio, nulla traspare se non magnetici sguardi che per me sono vietati.

Arriviamo nel posto che ormai chiamo “casa”, stanchi ci abbandoniamo ai fumi aromatizzati dei narghilè che condividiamo chiacchierando. Riflettiamo sulle cose che abbiamo visto, su ciò che ci aspetta.

La mente va a ciò che ci aspetta il giorno seguente, perché noi qui non siamo turisti.

 

Davide