Day 3 – Chi non vorrebbe tornare a casa?

Day 3 – Chi non vorrebbe tornare a casa?

Siamo al terzo giorno. Sveglia, colazione e divisione nei gruppi per svolgere le attività. Sembra quasi di essere entrati in una piccola routine; qualcosa di nuovo però è alle porte: oggi due gruppi andranno ad incontrare le famiglie siriane.

La giornata è calda, le strade che percorriamo per arrivare alle loro case sono piene di persone che ci guardano con aria confusa, negozi aperti (passiamo affianco anche ad un negozio che vende solamente acqua!) e macchine che sfrecciano verso chissà dove.

La confusione della città sembra quasi contrastare fortemente le nostre emozioni: il fuori riversa il suo essere caotico, che si contrappone al nostro silenzio. Siamo consapevoli che quello che sta per succedere merita attenzione e rispetto.

La mattinata passa fin troppo velocemente mentre ascoltiamo le loro storie, le loro parole e i loro ricordi e tutto ciò genera molteplici sentimenti nelle nostre menti.

Ancora frastornati da quello che abbiamo sentito, tornati a casa, incontriamo gli altri ragazzi e decidiamo di prenderci del tempo per riordinare le idee.

Iniziamo dunque a raccontarci le varie storie sentite.

 

Annachiara e Anna raccontano.

Khaldhie e Akram ci accolgono sulla soglia del loro appartamento con un sorriso.

Si dimostrano subito bendisposti nei nostri confronti: ci invitano ad entrare con una stretta di mano. Hanno modi di fare gentili e pacati, si guardano spesso con intesa e affetto. Percepiamo il bene che si vogliono.

Ci accomodiamo nel loro salotto, ambiente molto spoglio ma pulito. Si vede che Khaldhie, donna di 55 anni, ci tiene alla cura della casa.

Ci accorgiamo subito che entrambi si sono preparati al nostro arrivo, lei indossando uno dei suoi abiti più belli, lui coprendo la canotta con una camicia pulita.

I due ci fanno sedere su due materassi, mentre Khaldhie si siede a terra con le gambe incrociate, cedendo l’unica sedia a suo marito Akram, uomo di 61 anni. Notiamo subito che è affetto dal morbo di Parkinson, ad uno stadio avanzato: le sue mani tremano.

Ci dice che, poiché entrambi non lavorano, non ha i soldi per pagare le cure di cui necessita. Fortunatamente la Chiesa Ortodossa situata nel loro quartiere, provvede a dispensargli le medicine. “Non abbiamo figli, questa è stata la volontà di Dio” dice Khaldhie.

I due fuggirono dalla loro città d’origine Homs nel 2013: lo fecero illegalmente, sperando così di varcare il confine tra Siria e Giordania nel minor tempo possibile. Tuttavia il loro viaggio durò un mese poiché, per non essere scoperti, dovettero viaggiare tra le alture siriane per lungo tempo, sostando dove capitava.

Ci colpisce il racconto di Khaldhie: ci parla delle sue tre sorelle, una si trova ancora in Siria, una in Austria ed una ad Amman.

Suo fratello, invece, è stato arrestato dalla polizia siriana e rilasciato dopo 10 mesi, morto.

Khaldhie, nonostante il suo passato, ci racconta delle sue vicende con il sorriso ed un pizzico d’ironia.

Si vede che è una donna molto forte, e ci stupisce quanto l’essere credente l’abbia aiutata e l’aiuti tuttora. Nel momento in cui le diciamo che siamo lì per ascoltare la sua storia e raccontarla al nostro ritorno a casa, lei si commuove, ringraziando noi e Dio per il nostro incontro.

Prega affinchè Dio ci aiuti a portare avanti la nostra missione.

Quando chiediamo ai due se hanno sogni per il futuro ci rispondono di no; Khaldhie sostiene che non rimangono loro molti anni da vivere. Le sue parole ci sorprendono: se Akram è molto malato e la sua salute è precaria, non ci capacitiamo di come lei descriva la sua vita come già vissuta, sottolineando che la volontà di Dio è già stata scritta.

“Vorreste far ritorno in Siria?”

“Si, la Siria è il paradiso. Chi non vorrebbe tornare a casa?”

 

Camilla, Anna, Gabriella e Giacomo raccontano.

La seconda famiglia che incontriamo è quella di Tahani, Belal e i loro cinque figli. Ad accoglierci ci sono anche i nonni e fin da subito la conversazione entra nel vivo.

La cosa che maggiormente ci ha colpito è il racconto del viaggio che la famiglia ha fatto da Duma a Zarqa. Nel 2015 la famiglia è partita e Tahani era incinta del quinto figlio. Fin da subito emerge l’importanza della fede di Belal in quanto sottolinea che se tutto è andato dal verso giusto è stato grazie a Dio.

Il viaggio è iniziato in maniera sconvolgente: la famiglia per raggiungere Damasco ha attraversato un tunnel sotterraneo, stretto quanto il bacino di una persona. Il tunnel ha lo scopo di favorire il transito delle persone evitando che queste possano essere localizzate dall’autorità siriana.

La seconda tappa del viaggio è l’attraversamento del confine siriano. Qui, grazie all’aiuto di una famiglia proprietaria di una casa del posto, riescono a bypassare i controlli e raggiungono il deserto alla fine del quale trovano il confine giordano. Il mezzo per arrivare in Giordania è un taxi giallo guidato dai beduini.

Dopo svariate peripezie la famiglia riesce a raggiungere finalmente il confine però ciò che trovano è un’ulteriore difficoltà: sono dovuti rimanere un mese e 10 giorni all’interno di una tenda in attesa di poter entrare nel Paese. La moglie gravida si sente male e questo le consente di attraversare il confine, solo 4 giorni dopo la famiglia riesce a ricongiungersi. Tutti assieme vengono portati allo Azraq Camp dove, fortunatamente come sottolinea la donna, rimangono solo 20 giorni. Quando chiediamo come siano passati questi giorni, la madre ci dice che non vorrebbe che conoscessimo mai nulla del genere senza aggiungere molto altro, facendo ben intendere però quanto siano stati momenti veramente duri. Grazie alla presenza stabile della famiglia di Belal in Giordania, riescono ad ottenere un permesso temporaneo che permette loro di uscire dal campo per alcuni giorni, ben consapevoli del fatto che arrivati a Zarqa non sarebbero mai più tornati indietro. Riflettiamo sul fatto che il loro viaggio sia durato 6 mesi, quando normalmente il tempo di percorrenza è di una sola ora.

Il racconto è pieno di dettagli e dagli occhi della ragazza trapelano sentimenti che le parole non riescono ad esprimere. Quando chiediamo come abbiano gestito tale situazione con i bambini, l’uomo ci risponde prontamente che hanno fatto credere loro che si trattasse di “gioco”.

Mentre parliamo i bambini giocano sereni e nei nostri cuori non può che nascere un forte sentimento di ammirazione nei confronti di questi genitori, che hanno saputo affrontare tutto questo per poter mettere al sicuro il futuro dei loro figli.

 

Alla fine di questa conversazione emerge quanto sia davvero importante fare esperienze del genere in prima persona, mettersi in gioco e abbattere numerose frontiere.

Ascoltare queste persone ci ha nuovamente ricordato che dietro ai numeri che solitamente sentiamo alla televisione, ci sono nomi e cognomi di persone vere, scelte di vita importanti, occhi che sanno parlare senza dire mai troppo.

 

Anna, Annachiara, Camilla, Gabriella e Giacomo