Day 2 – Incontri

Day 2 – Incontri

Ore 7.45: la sveglia è suonata ma è già da qualche ora che ho gli occhi sbarrati. Andremo in visita dalle famiglie siriane e il non sapere cosa aspettarmi mi crea parecchia ansia.

Ore 7.30: finalmente mi alzo dopo una notte insonne passata pensando all’attività di domani. Non vedo l’ora di andare a trovare le famiglie siriane a Zarqa.

Ore 8.00: incredibilmente sto riuscendo a mangiare la mia colazione. L’agitazione non supera la mia voglia di nutella e il pane arabo farcito scende a meraviglia. La visita è ancora un pensiero fisso, ma il condividere le mie preoccupazioni con chi ci è già passato un po’ mi tranquillizza. Mi lavo i denti, sistemo le mie cose ed è tempo di partire.

Ore 8.00: dopo colazione Suor Paola intrattiene alcuni di noi con le storie dei suoi viaggi in India e Medio Oriente. Incantati, rimaniamo ad ascoltarla a bocca aperta mentre ci narra di uno dei giorni più intensi della sua vita: Aleppo, 15 gennaio 2013. Suor Paola scende dall’autobus e, ad occhi chiusi, ci descrive fotogrammi degli istanti successivi all’esplosione di una bomba vicino all’università in centro città. Cercava disperatamente, tra macerie e corpi, Suor Rima che avrebbe dovuto incontrare poco prima. “In cuor mio lo sapevo, ma sapete, la speranza rimane finché non viene posta davanti all’evidenza”. Il racconto viene interrotto dall’arrivo delle macchine che ci avrebbero portato dalle famiglie siriane.

Ore 10.00: la macchina di Rami passa tra le trafficatissime vie di Zarqa e mi distraggo ascoltando il rumore dei clacson. La musica hip hop che tanto piace al nostro accompagnatore fa da sottofondo alle nostre chiacchiere e ci accompagna alla scuola dove lasciamo le macchine. Ci incamminiamo tra negozi, ristoranti e passanti che ci salutano riconoscendoci (chissà come) immediatamente come europei. Ci addentriamo in un vicolo piuttosto sporco, ma assolato raggiungendo la prima casa.

Ore 10.30: Abd alhadi ci accoglie, presentandoci la moglie Yasmin e i due figli, Mahmoudi e Moustafa. Ci accomodiamo sul divano, dove il ventilatore allevia la nostra sofferenza per il caldo, senza raggiungere i nostri interlocutori. Ci offrono subito del caffè turco, dimostrando ancora la loro profonda ospitalità. Con la mediazione di Rami, parliamo con i coniugi spaziando dalla Siria alla Giordania, dalla loro ormai distrutta casa ad Aleppo al nuovo ristretto appartamento a Zarqa. Gli occhi tristi di Abd alhadi contrastano con il sorriso di Yasmin, mentre i due bimbi bisticciano in cucina. Mi sorprendono i loro frequentissimi “inshallah”, prova di una fede radicata che permette loro di restare a galla. Senza lavoro e senza una casa ad aspettarli ad Aleppo è proprio la fede a infondergli speranza, oltre all’istruzione che riescono ad assicurare ai figli. Resto in una sorta di limbo temporale fino allo “iallah” di Rami, segno che è il momento di raggiungere i ragazzi che avevano visitato un’altra famiglia, per spostarci da una terza.

Ho ancora negli occhi lo sguardo di Abd alhadi e nelle orecchie gli schiamazzi di Mahmoudi e Moustafa, quando Nasser ci apre la porta, padre di un’altra famiglia siriana probabilmente più legata alla tradizione. La moglie infatti, è in cucina e in questo caso non ci accoglie, ma a farlo sono due dei cinque dei loro figli. Entriamo in salotto e ci stringiamo in due divani poco adeguati per i sette membri della famiglia. L’accoglienza siriana ci viene subito dimostrata e le ragazze riescono ad andare in cucina a preparare il the con la madre di casa, mentre noi maschi restiamo con Nasser. È un uomo di circa vent’anni più vecchio di Abd alhadi, ma gli occhi non riescono a nascondere la stessa sofferenza. È stato da poco operato per un’ernia, che lo ha portato a lasciare il lavoro che aveva trovato qui a Zarqa e a incominciare un qualcosa di molto più difficile: gestire i figli. Ci parla con fierezza del loro percorso a scuola, dei suoi sogni per il loro futuro e di Hama, la sua città siriana. La fierezza si trasforma in dolore nel ripercorrere la fuga verso l’Arabia Saudita e poi verso la Giordania. Preferiamo così, sia noi sia Nasser, sorseggiare il nostro the discutendo (con scarsi risultati) di economia e calcio, e in tutto ciò non riesco a smettere di pensare che in lui rivedo mio padre. Nei suoi gesti, nel suo sguardo e nel momento di tornare verso casa trattengo il mio istinto di abbracciarlo, scegliendo una più discreta stretta di mano.

Ore 10.30: Arriviamo alla casa della prima famiglia. ‘Prendi fiato’ mi dico. Ci accoglie un uomo di 57 anni, che mi saluta con la mano al cuore e un cenno di capo. Entriamo e ci accomodiamo nella casa decisamente troppo piccola per una famiglia di sei persone. L’uomo, un po’ timido e impacciato, ci presenta i suoi quattro figli e sua moglie; dopo alcune prime domande più formali, la conversazione si snoda in un piacevole scambio di battute su scuola, cibo, calcio. Arriviamo poi dall’altra famiglia, entriamo nel salone, i cui muri sono coperti da materassi che avevano alzato per permetterci di passare. Nasser, uomo molto timido, che risponde alle domande a testa bassa e con gli occhi che cercano di non incrociare lo sguardo di nessuno di noi. Ci chiede se vogliamo del tè, segue una risposta abbastanza scontata, non solo perché nella loro cultura non è educato rifiutare del cibo o del bere, ma anche perché quel mix di menta e spezie è speciale. Il tè, momento perfetto per andare a parlare con la moglie, cogliamo quindi l’occasione e cominciamo a conversare con Sahar dei suoi figli, delle sue amiche e dei suoi sogni. Sia la moglie che il marito hanno fratelli ad Hama, ma li sentono poco e soprattutto non parlano mai della guerra, dal momento che i cellulari sono sempre sotto controllo.

È passato davvero poco tempo da questi incontri e non riesco ad organizzare né i pensieri e tantomeno le emozioni. Poche immagini mi ritornano in testa: il padre che ci racconta della bellezza di Homs, la città in cui viveva e lavorava come tassista, della meravigliosa natura che la adornava e dei suoi viaggi in giro per il suo paese.

Quant’è difficile lasciare una terra di cui si ama profondamente ogni singolo dettaglio, lasciare la strada in cui si viveva, il giardino in cui si soleva andare, i colori, gli odori, gli amici e i parenti; per doversi appellare ai ricordi di un paese ormai distrutto dalla guerra per raccontare ai figli storie sulla terra natia. E il futuro? Un qualcosa di incerto ma che sarà sempre nelle mani di Dio. Inshallah.

Ore 15.30: ho passato il pranzo parlando con i ragazzi di quello che ho visto e sentito, come una sorta di esorcismo, per condividere emozioni troppo forti da trattenere. Dopo qualche minuto di riposo, abbiamo raccolto le nostre cose e ora siamo qui, alla scuola. Seguiamo un progetto per la gestione dei conflitti per bambini siriani, sperando sia meglio di ieri. In effetti oggi veniamo molto più coinvolti ed arriviamo a scambiarci con i bimbi fiori, cuori e aeroplani di carta, che metto immediatamente nello zaino, come una sorta di tesoro da proteggere.

Ore 15.30: ci prepariamo per andare alla scuola e giocare con i bambini. Amo quei bambini, sono stata nella stessa classe anche ieri e voglio ritornarci con tutta me stessa. I ragazzini mi accolgono con un abbraccio comune chiedendomi per la ventesima volta che squadra tifo e qual è il giocatore di calcio più bello. C’è un ragazzo in particolare, Mahmoud, con braghe larghe e cappellino, che continua a guardarmi ma non riesce a venire a chiedermi come mi chiamo. Non è sempre facile trovare il modo di approcciarsi ad un bambino, c’è chi ha bisogno di un batti cinque, chi di una carezza e chi ti salta sulla schiena e comincia a disegnarti cuori in faccia.

Mahmoud si avvicina e mi prende la mano e giuro che per quel giorno non l’ho più lasciata. È stato un addio molto difficile per me.

Ore 20: la cena è in tavola, ma tardo qualche minuto per terminare la doccia che mi aiuta a lavare via il sudore delle corse con i bimbi, non certo i pensieri che mi affollano la mente. Raggiungo i ragazzi e tra risa e scherzi tutto scorre molto più tranquillamente.

Ore 20: diversamente dal solito a cena rimango sulle mie, con lo sguardo un po’ perso, con la mente che continua a cercare di ricordare ogni singolo dettaglio delle attività della giornata.

Ore 24: sono a letto sfinito dalla giornata, come i giorni precedenti, ma oggi il sonno tarda a rapirmi. Penso. Penso agli occhi di Abd alhadi, al ventilatore, a Nasser il riflesso siriano di mio padre, al the e al caffè, ai fiori disegnati dai bambini, che riescono a crescere anche nell’aridità giordana. Mi chiedo come mi comporterei al loro posto: se avrei il coraggio di non tornare in Siria per proteggere mio figlio diciassettenne dal richiamo alle armi, o se riuscirei a stare chiuso in casa per non lasciare la mia famiglia. Senza quasi rendermene conto mi sono proiettato in loro, sono loro, e vorrei che loro fossero me, o almeno avessero le mie possibilità di scelta e la mia libertà.

Tutto è meno tranquillo che a cena, ma il momento di condivisione che ho avuto poco fa con i miei compagni di visita mi aiuta a rielaborare tutto più lucidamente. Ed ecco il sonno che viene a prendermi. Dormo.

Ore 1.30: Ok è il momento di fare i conti con la giornata, da sola. Avrei voluto parlare di più, stare là di più. Ripenso al sorriso di Sahar quando mi spiegava le ricette tipiche siriane, con un immancabile invito ad andare in Siria a trovarli quando torneranno. La loro speranza c’è, è forte, l’amore c’è, non si affievolisce con il tempo anzi, il desiderio si ancora al ricordo di un paese bellissimo. Ripenso alla figlia Maria, che mi porta la pagella e mi dice che da grande vuole fare la pediatra. Non ho nulla di loro.. una foto, un video, un foglio di carta, non so neanche se si ricordano il mio nome, ma non mi dimenticherò mai questo nostro incontro e le emozioni che mi ha scaturito.

Filippo e Marta