Siria del Nord – pt.5

Siria del Nord – pt.5

Appena un anno prima delle Primavere arabe – quindi dello scoppio della crisi siriana –, la Siria del Nord provvedeva al 40% del PIL dello Stato. Fino al 2011 qui si producevano ed esportavano grano, cotone e carne non solo ai propri vicini stati mediorientali, ma anche a quelli europei; per di più tra gli anni ’70 e ’80 nella zona erano state aperte numerose industrie, come i cementifici, e non va dimenticata la presenza di riserve di petrolio, le più ricche di tutta la Siria. Dalla zona in questione proveniva un’impressionante 70% delle esportazioni totali del Paese. E tuttavia solo il 17% della popolazione siriana viveva in queste aree, peraltro molto fertili e situate tra il Tigri e l’Eufrate.

Poi le cose sono andate come sappiamo: è arrivata la guerra civile che con la sua devastazione ha stravolto l’intera Siria, e con essa anche questo consolidato tessuto socio-economico. Quando, dopo appena un anno di guerra civile, il governo di Damasco ritirò i propri uomini dalle caserme e dagli uffici pubblici, il movimento curdo avviò la rivoluzione sulla base dei principi che stiamo trattando in questi giorni. E tra questi vi è anche quella “economia di popolo” attraverso cui si sta tentando di riorganizzare il complesso produttivo della regione.

Nel 2012 il PYD, partito maggioritario del Rojava, ha lanciato il cosiddetto People’s Economy Plan (PEP). Cerchiamo adesso di capire nella teoria quali sono i principi di questo progetto, per poi dare un’occhiata alla pratica. L’articolo 47 del Contratto Sociale della Siria del Nord scandisce queste parole: “il sistema economico delle provincie ha lo scopo di provvedere al benessere generale e in particolare di garantire il finanziamento di scienza e tecnologia. Esso mira a tutelare i bisogni quotidiani della popolazione, quindi ad assicurare una vita dignitosa. I monopoli sono proibiti dalla legge. Sono tutelati i diritti sul lavoro e lo sviluppo sostenibile”. A ciò si aggiunga che il piano economico proposto dal PYD si fonda su tre pilastri ben definiti: lo promozione dei beni comuni; la proprietà privata basata sull’utilizzo dei beni; le imprese a direzione dei lavoratori. Tuttavia dobbiamo tenere presente che il sistema economico della Siria del Nord non si traduce semplicemente né si traduce con l’applicazione di un ideale puro: i bisogni a cui deve rispondere questa regione sono molteplici, complicati, dettati da una guerra distruttiva e da un embargo imposto su più fronti (sia sul confine turco, sia sul confine iracheno).

Ora tenetevi forte. Sempre nel 2012 è stata votata l’abolizione della proprietà privata, introducendo il concetto di possesso di un bene a seconda dell’utilizzo che se ne fa. La gestione delle strutture immobili, dei terreni e delle infrastrutture, è stata assegnata alla sovranità dei Consigli cittadini. Questo non significa di certo che la gente non è più stata – o non sia tuttora – proprietaria delle loro case o delle loro attività, quanto piuttosto che nel momento in cui una persona per necessità viene ritenuta idonea da un Consiglio cittadino a lavorare un terreno o abitare in una struttura, la suddetta persona ne diventa l’intestataria effettiva, sebbene non sia autorizzata a venderla su un mercato aperto. Questo sistema di possesso a seconda dell’utilizzo si spiega con l’obiettivo di evitare speculazioni di mercato o accumulazioni di capitale, i quali alimentano spesso e volentieri meccanismi di sfruttamento. Inoltre, l’abolizione della proprietà privata non è stata estesa a beni quali automobili, macchinari, elettrodomestici, arredamenti e così via.

Anche l’amministrazione delle imprese da parte dei lavoratori rappresenta un punto di svolta della rivoluzione. La gestione dei mezzi di produzione è interamente stata affidata agli operai, che ne sono responsabili davanti ai Consigli cittadini. Nonostante questo significativo passo avanti, tuttavia, secondo il Ministero dell’Economia solo in un terzo di tutte le imprese della Siria del Nord si sono visti nascere dei Consigli dei lavoratori.

Ovviamente questo sistema economico è tutt’oggi compromesso dalla guerra civile e deve ancora maturare pienamente. Nel 2015, una buona parte della moneta corrente della Siria del Nord era legata ai proventi del mercato nero del petrolio venduto all’esterno della regione. Inoltre, il PEP non è chiaro nemmeno su chi debba assicurarsi che le attività dei lavoratori siano ecologicamente sostenibili: se i Consigli dei lavoratori, le Comuni o i Consigli di quartiere.
Ma il punto di forza del piano economico della Siria del Nord sembra proprio essere un altro: cioè mirare a rendere più umane e sostenibili le economie popolari locali, slegando la produzione dai meccanismi di accumulazione e sfruttamento del lavoro e provvedendo a che vengano soddisfatti i bisogni primari di ciascuno, senza che non vi sia nessuno a rimanere indietro.

[Alcune pagine consigliate per seguire gli sviluppi sul campo:
• Binxêt – Sotto il confine
• The Region
• Associazione Ya Basta Êdî Bese]

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