Siria del Nord – pt.3

Siria del Nord – pt.3

Uno degli errori più diffusi, spesso incoraggiati dalla stampa internazionale, è quello di limitare la comprensione della Siria del Nord intendendolo come un territorio abitato da soli curdi. Lo si legge nei giornali e lo si sente alla televisione: chi abita quelle aree? I curdi. Chi detiene il potere nella zona? I curdi. Chi sta combattendo la Turchia occupando Afrin? I curdi. Chi ha sconfitto lo Stato islamico? I curdi. Chi vuole l’indipendenza dalla Siria? I curdi. Niente è più fuorviante di questa lettura se si vuole capire le dinamiche in corso nella Siria del Nord.

Andiamo a vedere meglio qualche dato. Le aree della rivoluzione del Nord della Siria sono storicamente le più eterogenee dal punto di vista etnico: mentre il resto della Siria vede una schiacciante prevalenza della popolazione araba sunnita, nei cantoni di Afrin, Cizîrê e Kobanî il 65% della popolazione si identifica di origini curde. Il restante 35% è composto da arabi, armeni e assiri. Non vanno peraltro dimenticate minoranze quali i ceceni, i circassi, i turcomanni e i nawar (nomadi rom stanziati nella periferia di Qamişlo). Inoltre va ricordato che, stando ai dati del 2015, più di 200.000 persone in fuga da altre zone della Siria avevano trovato rifugio nel Nord, e che con la sconfitta dello Stato islamico la zona di influenza della rivoluzione si è estesa fino a Raqqa e Deir ez-Zor, aree a stragrande maggioranza araba sunnita. Ma vogliamo complicare le cose?

Soprattutto in Medio Oriente, non è la lingua che si parla a determinare a quale religione si appartiene. Ciò significa che i gruppi etnici appena citati si suddividono tra altrettante confessioni religiose. La facciamo breve: sono maggioritari i musulmani sunniti, seguiti dai musulmani sciafeiti, sciiti, sufi e alawiti; quindi vi sono gli yazidi (religione sincretica tra zoroastrismo, ebraismo e islam), e le minuscole comunità di ebrei e zoroastriani; infine le comunità cristiane si suddividono soprattutto tra armeni, aramaici e caldei.

A seguito di questo affresco è doveroso affermare che la rivoluzione della Siria del Nord è partita sì da un movimento curdo (il TEV-DEM), e per due motivi: sicuramente per la preponderanza etnica nelle aree in questione ed per via dell’esposizione della comunità curda alle idee di Ocalan. Ma sarebbe una terribile semplificazione dimenticare che molti altri gruppi etnici e religiosi ne hanno condiviso gli ideali e hanno dato il loro contributo alla costruzione di una nuova società.

L’approccio della Siria del Nord a questa mescolanza di popolo viene definito “pluralismo radicale”: ossia incoraggiare sia l’espressione della propria appartenenza etnica e religiosa sia la tolleranza e la convivenza con quelle differenti. Facciamo tre esempi nel merito: nell’ambito della tolleranza e della coesistenza etnica, nel 2013 il Movimento del Kurdistan del Nord è stata l’unica forza in Turchia a riconoscere il genocidio armeno e assiro, e a condannare il collaborazionismo di alcune forze curde allo scempio; nell’ambito della difesa dei cantoni, sempre nel 2013 è stato creato il Consiglio militare assiro (o MSF, da Mawtbo Fulhoyo Suryoyo) entrato subito a far parte delle YPG, le Unità di Protezione del Popolo; infine, nell’ambito dell’espressione culturale, gli yazidi sono stati spinti a celebrare apertamente le proprie festività, prima vietate sotto il regime di al-Asad.

In tutta la Siria del Nord sono state istituite tre lingue ufficiali: l’arabo, il curdo e il siriaco. Sono risultati estremamente incoraggianti se si pensa che lingue come il curdo erano state bandite dalle scuole e dagli uffici pubblici, negli anni della dittatura di al-Asad. Inoltre sono stati fondati dei Consigli specifici per ciascun gruppo etnico e ciascuna comunità religiosa. E non finisce qui: nei Consigli di quartiere e nei Consigli di distretto, sono assicurate delle quote che rappresentino ciascuna comunità, per evitare meccanismi di esclusione quindi di isolamento.

Tutto questo rappresenta un unicum nel contesto siriano, un’esperienza che come abbiamo già ricordato è attualmente sotto attacco. Va notato che la Siria del Nord ha respinto decisamente il secolarismo, che per decenni ha oppresso le organizzazioni religiose e i propri praticanti sullo stampo delle importazioni occidentali: questo in scambio di una società non standardizzata ma radicalmente pluralista. Possiamo dire che nella Siria del Nord è prevalso il buon senso finalmente di riconoscere nella diversità una ricchezza, e non una debolezza.

[Alcune pagine consigliate per seguire gli sviluppi sul campo:
• Binxêt – Sotto il confine
• The Region
• Associazione Ya Basta Êdî Bese]

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