Day 28 – Incontri

Day 28 – Incontri

“Se Dio vuole la guerra finirà, se Dio vuole ci sarà la pace, se Dio vuole riavremo la nostra casa.” Ci affidano queste parole, di tutta la loro storia, tesa a scomparire tra quella di milioni di rifugiati, ci chiedono di portare solo questo messaggio.

Madre e figlio uno di fianco all’altro, ci accolgono nella loro casa fatta di crepe e vetri rotti, ci accolgono nella loro vita, fatta di assenze e sentieri obbligati.

La storia di questa madre è segnata da estenuanti attese. Il ricordo più bello della sua vita in Siria prima della rivoluzione è stata la nascita del primo figlio, nato dopo cinque anni di attesa, quando ormai anche la speranza cominciava a morire. Dopo di lui ne sono arrivati altri cinque, ci racconta.

Facciamo scorrere tra le nostre mani la foto dei suoi bambini, dopo averla passata le nostre teste si alzano e i nostri sguardi si cercano, ci sorge spontanea una domanda che non vogliamo fare: “Perché ne manca uno?”.

Non lo dobbiamo chiedere è lei che ce lo vuole raccontare. Lacrime che non danno sollievo le invadono gli occhi, il dolore le strozza la voce, il racconto si ferma.
“Sia lode a Dio”.
Dice cercando di dominare il pianto, “Sia lode a Dio”.
Ripete con il volto tra le mani, “Sia lode a Dio”.
Conclude soffocando la sofferenza in un silenzio assordante.

Disarmante è la forza d’animo di questa donna, non ha neppure il marito vicino in tutto questo, lui ora è in Siria e si è risposato, lei attende solo che i figli finiscano la scuola per ricongiungersi a lui. È la speranza di un futuro migliore per i suoi bambini, è la incrollabile fede in Dio, questi sono gli unici scogli a cui si aggrappa per non essere strappata via da onde di disperazione e dolore. L’attenzione che questa famiglia, sospesa nel dolore, riserva a noi, loro ospiti, ha qualcosa d’irreale.

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L’ospitalità, carattere comune di questo popolo, è un’arte che possiede qualunque famiglia che abbiamo conosciuto, ce lo dimostra anche questa attraverso una sincera e autentica accoglienza.

A poche case di distanza a stessa accoglienza racconta una storia diversa, anche loro scacciati dalla terra dove sono nati, anche loro schiacciati da una vita che non hanno scelto, ma loro sono insieme. Marito e moglie ci parlano, si guardano tra loro, si sorridono. È impossibile non notare il legame che li unisce. Ci raccontano come si sono conosciuti: erano vicini di casa, si cercavano l’un l’altro con sguardi brevi e fugaci. “Eravamo innamorati da due anni quando ci siamo sposati”.

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Ci sediamo all’aperto, sui tavolini vengono posati caffè e pietanze, una serena chiacchierata fa da cornice a questa atmosfera domestica. Questo momento ci rincuora, è vita che si fa strada nella desolazione, è un focolare di speranza. Le emozioni che questi incontri lasciano impresse nei nostri cuori rinnovano in noi il desiderio di fare tutto il possibile per migliorare anche solo un giorno di queste vite. È con questo proposito che ci gettiamo nelle attività pomeridiane con I bambini siriani cercando di strappare loro un sorriso. Dopo una cena preparata per noi dai nostri amici giordani arriva un altro regalo inaspettato. Talatt, un omino sorridente ed entusiasta sempre accompagnato dai suoi vivacissimi bambini, ci invita a seguirlo.

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Talatt, è un custode, non solo per il suo lavoro ma per la sua capacità di curare e preservare con la migliore attenzione tutto ciò a lui più caro. Ci mostra ogni singolo angolo della scuola di cui è guardiano, saliamo all’ultimo piano e si presenta di fronte a noi una porticina chiusa a chiave, arriva Talatt e la apre. Il tetto della scuola è buio, crea un forte contrasto non le forti e intense luci della città che invadono pure il cielo stellato, il sorriso di Talatt sembra ancora più grande, vivo e acceso, non sappiamo come ringraziarlo ma lui è felice così.

“Che tu sei qui, che la vita esiste, e l’identità, che il potente spettacolo continua e che tu puoi contribuire con un verso”.

Feliciano e Luca